Lavino, D’Alfonso verso l’archiviazione

9 Gennaio 2019

Lettomanoppello, 7 indagati per la realizzazione del parco 

PESCARA. L'inchiesta sulla realizzazione del Parco sul fiume Lavino a Lettomanoppello (appalto da 3,5 milioni di euro), chiusa in questi giorni dalla procura di Pescara, perde uno degli indagati eccellenti. La posizione del senatore Luciano D'Alfonso, all'epoca governatore dell'Abruzzo, è stata stralciata per essere archiviata.
Questo è avvenuto a seguito dell'interrogatorio a cui D'Alfonso, su sua espressa richiesta, è stato sottoposto proprio qualche giorno prima di Natale, il 18 dicembre scorso, in procura davanti al procuratore aggiunto, Anna Rita Mantini, titolare dell'inchiesta.
Il senatore aveva sollecitato questo suo interrogatorio proprio per fare chiarezza circa le accuse che gli erano state mosse nel corso delle indagini, relative a una presunta spartizione degli incarichi professionali per questo appalto inserito tra i 77 progetti del Masterplan e peraltro ancora alle battute iniziali.
Assistito dal suo legale di fiducia, l'avvocato Giuliano Milia, e fornito di una copiosa documentazione, D'Alfonso ha cercato di spiegare al magistrato quello che fu il ruolo della Regione, sottolineando la sua estraneità a qualsiasi ipotesi di reato nella vicenda.
L'accusa ipotizzava che fosse stato turbato «il procedimento amministrativo diretto a stabilire il contenuto dell'iter selettivo volto alla scelta dei liberi professionisti da incaricare nell'ambito della procedura relativa alla fase progettuale preliminare ed esecutiva del Parco». Un iter che, sempre stando a quanto ipotizzava l'accusa, sarebbe avvenuto «mediante mezzi fraudolenti».
Ma, carte alla mano, l'ex governatore avrebbe fornito al magistrato tutti gli elementi per arrivare a stralciare la sua posizione dal procedimento e anche quella del suo collaboratore nell'ufficio di presidenza della Regione, e cioè Fabio Ferrante, sostenendo che ogni passaggio fu fatto alla luce del sole: tutte le riunioni sull'argomento sarebbero state «tecnologicamente documentate e rilevate con memoria remota», vale a dire filmate con il telefonico. Per loro lo stralcio porterà all'archiviazione.
Restano dunque in piedi le accuse (che a vario titolo sono di corruzione, falso ideologico e atti propedeutici alla turbativa d'asta) nei confronti dei sette indagati rimasti tra cui spiccano i nomi dell'ex presidente della Provincia, Antonio Di Marco e dell'ex dirigente dello stesso ente, Paolo D'Incecco (poi passato in Comune). Insieme a loro nel procedimento figurano anche l'ingegnere Tino Di Pietrantonio, l'architetto Enrico Di Paolo (ex assessore provinciale) e l'architetto Gianluca Marcantonio con due suoi collaboratori di studio, il geologo Giovanni Ciccone e l'architetto Mauro Zaccagnini.
Nel corso delle indagini per D'Incecco e Marcantonio venne richiesta dall'accusa la misura interdittiva che venne però accolta soltanto per il libero professionista e non per il dirigente provinciale che era già passato in Comune. Misura che poi venne revocata dal gip per Marcantonio.
Quanto a Di Marco l'accusa sostiene che avrebbe «attestato falsamente, con dichiarazione fidefacente», nell'ambito della convenzione per l'attuazione degli investimenti del Masterplan, sottoscritta nel novembre del 2016 tra Regione e soggetto attuatore Provincia di Pescara, evidenziando che lo studio progettuale fosse un atto derivante dalla Provincia, e quindi frutto delle competenze interne all'ente e non di soggetti privati.
Secondo l'accusa, invece, Di Marco e D'Incecco avrebbero ricevuto lo studio in questione dall'architetto Marcantonio, assistente al responsabile unico del procedimento. Tutte accuse che potrebbero venire confutate dalle difese già nei prossimi giorni.
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