Lavoro, export e Pil: così la guerra blocca la crescita

L’economista Mauro: «Sconvolte le nostre prospettive economiche positive» Si andrà verso una forte frenata delle ripresa e l’aumento del livello dei prezzi
Dall’emergenza sanitaria all’emergenza militare. La pandemia aveva colpito in profondità l’intero tessuto produttivo dell’Abruzzo, in particolare il Pil e l’occupazione. Tuttavia, dopo la caduta verticale del 2020, la Regione stava faticosamente uscendo dalla disastrosa situazione che si era venuta a creare e nel 2021 tutti i fondamentali dell’economia stavano riposizionandosi su livelli significativi di crescita, tanto da poter assorbire entro la fine di quest’anno le precedenti e notevoli perdite produttive e occupazionali.
Infatti, le stime sul Pil danno all’Abruzzo, nel 2021, un aumento di quasi il 6%; alla stessa maniera l’export cresce nello stesso periodo del 5%, sia pure con una minore intensità rispetto agli anni precedenti, mentre per quanto riguarda il mercato del lavoro si registra tra il 2020 e il 2021 un aumento del numero degli occupati di 9 mila unità, pari all’1,9%.
TEMPESTA PERFETTA. Una ripresa interessante e in fase di consolidamento, capace di coinvolgere tutti i settori produttivi. Questo secondo shock sta rimettendo in discussione il percorso di crescita. La guerra scatenata da Mosca ha sconvolto le positive prospettive economiche rendendole sempre più incerte. Mai come in questo momento appare legittima l’affermazione di trovarci di fronte a una tempesta perfetta, che da un lato interrompe il processo evolutivo e dall’altro introduce nuove e più complesse conseguenze economiche. Si ha la sensazione che in Italia e in Abruzzo si stiano delineando in maniera congiunta due effetti negativi: una forte frenata alla ripresa tale da condurre alla stagnazione e un aumento del livello dei prezzi. Si potrebbe cioè generare un mix di bassa crescita e inflazione simile a quello che si determinò negli anni Settanta a seguito del cartello Opec e delle crisi petrolifere.
LA VULNERABILITà. Ecco, dunque, la tempesta perfetta che riappare dopo 50 anni, senza che nel frattempo il nostro Paese abbia provveduto a rafforzare le fonti energetiche al fine di risultare meno dipendente dall’estero. Perché questa è la questione centrale. Infatti, l’Italia importa dalla Russia il 40% del suo fabbisogno di gas naturale pari a 29 miliardi di metri cubi. L’aumento vertiginoso del suo prezzo comporta rilevanti ricadute negative per il sistema produttivo nazionale e regionale, con il rischio che la scarsità di forniture possa ulteriormente incrementarne il prezzo. Secondo le stime di Confindustria, nel 2022, la bolletta energetica potrà costare alle imprese 51 miliardi contro gli 8 del 2019. Ciò significa che una guerra prolungata, con possibili ritorsioni da parte della Russia, potrebbe ulteriormente spingere verso l’alto il livello dei prezzi provocando in tal modo una frenata ancora più significativa del tasso di crescita del Pil.
L’ERA DEL CARBONE. Partendo da questa situazione è possibile cogliere un’altra importante conseguenza. Si tratta di ridurre la dipendenza dalla Russia facendo anche ricorso alla temporanea apertura delle centrali a carbone, nonostante gli effetti negativi dal punto di vista ambientale. L’impennata dei prezzi è l’altro effetto da considerare.
PAGA LA FAMIGLIA. L’inflazione sfiora il 6%, una percentuale piuttosto elevata che non si riscontrava dal 1995. Se il fenomeno inflazionistico dovesse perdurare si andrebbe in contro a un’erosione del potere d’acquisto delle famiglie e un allargamento delle fasce di povertà. Nella sostanza, all’incremento dei costi di produzione segue a catena quelli dei beni di consumo. Ma non è solo il gas ad aver subito un consistente aumento. Si assiste alla scarsità di materie prime che può determinare difficoltà nella catena degli approvvigionamenti. Un primo segnale si è avvertito nel IV trimestre del 2021 là dove si registra per la prima volta un rallentamento delle esportazioni abruzzesi, dovuto anche alla frenata dei mezzi di trasporto (- 1,4%). Analogo ragionamento riguarda le quotazioni dei cereali, già cresciute per il balzo della domanda dopo la pandemia e che ora subiscono un ulteriore incremento per l’incertezza delle forniture da parte di Russia e Ucraina.
Ne consegue che tutta la filiera agroalimentare abruzzese potrebbe subire un significativo contraccolpo, tenuto conto dell’importanza che il settore alimentare e bevande riveste negli scambi commerciali con l’estero. Le conseguenze appena descritte coinvolgono l’Abruzzo anche dal lato delle imprese che intrattengono rapporti commerciali con la Russia. Al momento questo mercato presenta una fase espansiva, con valori assoluti non molto elevati (circa 89 milioni) ma con una crescita rispetto al 2020 del 8,4%.
L’EFFETTO SANZIONI. Un export che si concentra essenzialmente nei mezzi di trasporto (il 37,7% del totale), ma anche nei beni alimentari (10,5%) e nel tessile e abbigliamento (10%). Le sanzioni potranno avere un impatto preoccupante sulle singole aziende esportatrici, molte delle quali piccole e medie imprese di matrice endogena, così come era avvenuto all’indomani della guerra di Crimea del 2014 allorché le sanzioni avevano condotto a una riduzione dei rapporti delle imprese abruzzesi con la Russia di circa il 70%. La rapidità con cui il quadro economico sta cambiando rischia di mettere in discussione la struttura dei costi del Pnrr, inducendo a una rivisitazione delle componenti progettuali. Ma al momento la cosa più importante è quella di organizzare un piano di sostegno verso le imprese e le famiglie al fine di proteggere il tessuto produttivo e sociale abruzzese. Un piano che possa vedere come protagonisti il governo e la Regione. * economista

