Lavoro, gli occupati salgono a 501mila

13 Giugno 2018

L’economista Mauro spiega il rapporto Istat. Mancano ancora 14mila posti per tornare ai dati di prima della crisi

I dati pubblicati dall’Istat appaiono confortanti. Nel primo trimestre del 2018 gli occupati in Abruzzo toccano quota 501mila unità. Rispetto allo stesso periodo del 2017 si registra un incremento del 7,9% contro lo 0,6% dell’Italia. In proposito valgono due considerazioni. La prima è che la regione sembra essere uscita sia dalla crisi finanziaria del 2008 che dalle difficoltà provocate dalle calamità naturali che l’avevano colpita nel 2016-2017. La seconda è che l’Abruzzo conferma ancora una volta come il suo apparato produttivo sia collegato all’andamento positivo del ciclo economico nazionale ed europeo. La grande crisi del 2008 aveva avuto ripercussioni profonde sull’economia regionale, ove si pensi che oggi, nonostante il forte balzo occupazionale, mancano ancora 14mila posti di lavoro rispetto alla fase pre crisi. Sul fronte della disoccupazione, il tasso del 1° trimestre si attesta al 10,7%, inferiore di 3 punti percentuali al dato del precedente periodo e ciò contribuisce a spingere verso l’alto il tasso di occupazione (dal 53,9% al 58,1%) e a ridurre notevolmente il numero delle persone in circa di occupazione (-14mila unità). Da un punto di vista settoriale si conferma la configurazione dell’Abruzzo come regione industriale. L’industria occupa circa il 31% del totale, grazie alla forte crescita delle costruzioni (45,2%), ma anche la manifattura conferma la sua forza con i suoi 109mila posti di lavoro e con un incremento dell’export del 7,7%. Ciò avviene pur in presenza di alcune crisi aziendali e dei recenti e ingiusti processi di delocalizzazione. A questo riguardo il caso Honeywell è emblematico. L’azienda sta spostando la sua attività in Slovacchia e, fatto grave, in un paese dell’Unione Europea dove potrà usufruire di ulteriori facilitazioni. L’esigenza di armonizzare i comportamenti dei paesi a livello europeo appare evidente e prioritario. Tale evoluzione del mercato del lavoro va doverosamente consolidata. Inevitabile appare il confronto positivo tra piccole e medie imprese e mondo bancario, con una politica creditizia più incisiva e lungimirante; inevitabili sono da considerare gli investimenti tendenti a aumentare la capacità innovativa della regione. Non si dimentichi che all’interno del valore complessivo riguardante il numero degli occupati, si possono leggere alcuni cambiamenti circa l’evoluzione del mercato del lavoro.
Aumenta infatti l’occupazione per gli over 50 a causa dell’innalzamento dell’età pensionabile, appare elevata la disoccupazione giovanile, più alta è la quota di occupazione a tempo determinato. Siamo di fronte a una grande trasformazione del mercato del lavoro che avrà effetti sui tempi e sui modi di lavorare. Molto spesso all’aumento del numero degli occupati corrisponde una diminuzione del monte ore complessivo. Inoltre sono molti coloro che non lavorano a tempo pieno. C’è una tendenza alla diffusione del working poor, tale che una quota importante di lavoro disponibile è composta da lavori di breve durata e occasionali, quasi frammenti di lavoro. Quanto affermato ha effetti su una questione molto importante che per l’Abruzzo assume dimensioni non trascurabili. Secondo l’Istat si profila nei prossimi anni un calo significativo della popolazione. L’età media è di 45,9 anni, un valore al di sopra della media nazionale, mentre il tasso naturale, ossia la differenza tra tasso di natalità e tasso di mortalità manifesta un andamento negativo che oscilla intorno al 4,3 per mille. Lavoro precario, che produce instabilità e ritarda le unioni familiari, e fuga delle giovani generazioni determinano come effetto finale l’invecchiamento della popolazione e il suo trend crescente.
Le conseguenze sono essenzialmente tre. In primo luogo si vengono a creare problemi sulle strutture sanitarie, non solo per quanto riguarda la spesa ma anche con riferimento alla qualità dell’assistenza. In secondo luogo si hanno ripercussioni sotto il profilo della spesa previdenziale, che con il suo costante incremento può metterne in discussione la sostenibilità.
La terza conseguenza è di natura strettamente economica. L’invecchiamento della popolazione produce effetti negativi sulla produttività totale del sistema economico, per il fatto che una forza lavoro più anziana non riesce a essere produttiva quanto quella più giovane.
Tutto ciò conduce a affermare che la questione del lavoro è il problema centrale da affrontare e che bisogna evitare il disallineamento tra le istituzioni e le esigenze poste dalle nuove generazioni.
* (economista)