lezione di legalità

PESCARA . Un provvedimento anticorruzione per le università italiane, con una serie di indicazioni in grado di stimolare il sistema dei controlli interni. Lo ha annunciato ieri il presidente dell’Anac...
PESCARA . Un provvedimento anticorruzione per le università italiane, con una serie di indicazioni in grado di stimolare il sistema dei controlli interni. Lo ha annunciato ieri il presidente dell’Anac (autorità nazionale anticorruzione), Raffaele Cantone, a Pescara per partecipare al convegno “Dialoghi sul futuro, costruire fiducia”, e che ha visto la presenza del vice presidente del Csm, Giovanni Legnini, e del direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi. A introdurre i lavori, il rettore Sergio Caputi. Il provvedimento, annunciato a settembre e assunto di concerto col ministro Valeria Fedeli, secondo Cantone, è in dirittura d’arrivo e già alla fine del mese potrebbe vedere la luce. «Non sarà la panacea di tutti i mali», ha detto, «ma si tratta di indicazioni operative utili, che possono essere accolte o non accolte dalle università, ma che vengono anche dall’esperienza e dal confronto con il mondo universitario. Io credo, però, che proprio perché gli atenei, giustamente, rivendicano l’autonomia, la prima attività di prevenzione la devono fare le stesse università».
I DUE LIBRI. A moderare il dibattito l’editorialista del quotidiano “il Sole 24 Ore, Lina Palmerini. A dare il “la” al dibattito i libri “La corruzione spuzza”, di Raffaele Cantone e Francesco Caringella, il cui titolo prende spunto da un discorso di papa Bergoglio, e “Cosa sa fare l’Italia”, di Salvatore Rossi e Anna Giunta.
In generale, ha osservato Cantone, «oggi corruzione non significa più soltanto mazzetta, ma incarichi, consulenze. Addirittura, c’è stato un caso in cui la mazzetta consisteva in un intervento di mastoplastica additiva all’amante di un magistrato».
LE NUOVE TANGENTI. Secondo Cantone è cambiato il rapporto tra corrotto e corruttore, nel senso che non esiste più una differenziazione sostanziale dei ruoli, che spesso si sovrappongono. «Spesso», ha sottolineato, «fanno parte di un’unica struttura organizzativa, che vede alcuni soggetti pagati a prescindere, un po’ come avviene con i camorristi o i mafiosi. L’esempio è l’inchiesta Mafia capitale». La sfiducia nelle istituzioni, ha detto Cantone, è degli uno elementi tipici che favoriscono corruzione. Ma secondo il presidente dell’Anac, si tratta di un problema culturale. «Sono convinto che la sottovalutazione culturale del fenomeno sia uno dei problemi principali. Basti ricordare che fino a poco tempo fa era così anche per la mafia».
FIDUCIA NEI PM. La giustizia gioca un ruolo fondamentale. «Se c'è una novità rilevantissima nelle politiche di contrasto alla corruzione», ha detto Legnini, «è da ricercare nell'introduzione di massicce dosi di strumenti preventivi. Attraverso la coniugazione di prevenzione e repressione è possibile raggiungere risultati importanti. La fiducia nella magistratura italiana, benché in flessione negli ultimi anni, rimane comunque alta e noi abbiamo l'assoluta necessità di lavorare, come stiamo facendo, per un recupero di questa fiducia» ha detto ancora Legnini». Proprio ieri il Csm ha approvato la circolare la circolare sull’organizzazione delle procure. «È una svolta epocale», ha aggiunto, «attesa da dieci anni. I tentativi che si sono susseguiti nel corso degli anni non hanno avuto buon esito perché si tratta di materia complessa», ha osservato. «Siamo riusciti a comporre un quadro di regole chiare, semplici, per fare in modo che tutte le procure italiane, pur nella loro specificità e nelle loro diverse dimensioni, possano dotarsi di modelli organizzativi capaci di rendere le proprie attività più efficaci e più trasparenti».
PARLA ROSSI. Certo, ha sottolineato il vice presidente dell’organismo di autocontrollo della magistratura, i tempi della giustizia sono una variabile importante. «Dobbiamo fare tutto il possibile perché se una sentenza arriva troppo tardi rischia di essere per definizione ingiusta». In Italia, nel 2009 c’erano sei milioni di giudizi civili pendenti, che ora si sono “ristretti” a meno di 4 milioni. «L’Italia», ha assicurato Rossi, «sa fare molte cose, e anche belle. Però saperle fare e farle sono due cose diverse». Spesso, ha concluso, è «l’ecosistema fatto di norme, politica, istituzioni, che non rende facile la vita delle imprese e non le aiuta a diventare competitive».

