Licenziamenti, via allo sblocco: che cosa accadrà tra un mese

PESCARA. Il primo luglio, tra appena nove giorni, dopo oltre 15 mesi di stop, le grandi aziende potranno tornare a licenziare. Verranno meno, infatti, i vincoli imposti dalla primavera 2020 a causa...
PESCARA. Il primo luglio, tra appena nove giorni, dopo oltre 15 mesi di stop, le grandi aziende potranno tornare a licenziare. Verranno meno, infatti, i vincoli imposti dalla primavera 2020 a causa dell'emergenza Covid-19. Mentre sembra certo che, salvo un accordo della maggioranza, il Governo non intenda cambiare le regole, al momento saranno le grandi aziende a poter mandare via i propri dipendenti. Le piccole imprese potranno farlo solo da novembre.
In Abruzzo la questione, secondo le stime di Cgil, Cisl e Uil, potrebbe riguardare tra i 12mila e i 17mila lavoratori. Il blocco dei licenziamenti fu introdotto a marzo 2021 dal Governo Conte per evitare che la pandemia provocasse una emorragia di posti di lavoro.
A marzo scorso la misura era stata prorogata fino al 30 giugno. Si è discusso a lungo di una nuova proroga, che però non c'è stata. Quello del primo luglio, in ogni caso, è uno sblocco parziale: in base alla normativa oggi vigente, per industria ed edilizia torna la cassa integrazione ordinaria, ma scontata. Chi la utilizza non potrà licenziare. Chi invece non ha bisogno di chiedere la cig scontata può tornare a farlo. Per servizi e terziario, invece, il blocco va avanti fino al 31 ottobre, accompagnato sempre dalla cassa emergenziale. Il tema, comunque, continua a far discutere. Se alcuni esponenti del M5S sottolineano la necessità di una proroga, il Pd propone di mantenere il blocco dei licenziamenti fino a settembre per le aziende dei settori ancora in crisi, individuati con decreto dai ministeri del Lavoro e dello Sviluppo economico, previa sottoscrizione di un accordo con le organizzazioni sindacali. I sindacati sostengono che il Governo sia ancora nelle condizioni di cambiare le regole, adottando un provvedimento finalizzato a "scongiurare l'uscita dal blocco dei licenziamenti".
Secondo le parti sociali, infatti, le ragioni che hanno dato luogo al blocco dei licenziamenti «rimangono irrisolte: occupazione precaria, ammortizzatori sociali non riformati, politiche attive non avviate, continua a mancare un grande piano nazionale sulla formazione e la crescita delle competenze», dicono le organizzazioni. La partita, nelle ultime settimane, ha visto protagonisti, su posizioni contrapposte, da un lato proprio i sindacati, che accusano il governo di aver ceduto alle pressioni degli industriali, dall'altro il premier Mario Draghi, che ha difeso la fine del blocco dei licenziamenti, spiegando che «l’intervento che abbiamo previsto è in linea con tutti gli altri paesi europei e garantisce la cassa integrazione gratuita in cambio dell’impegno di non licenziare». Secondo molti si rischia uno «tsunami di licenziamenti», che potrebbero arrivare addirittura a due milioni, ma fare previsioni è difficile. Sembra certo, però, che alle crisi aziendali mai risolte andranno ad aggiungersi inevitabilmente quelle nuove, con il risultato che centinaia di migliaia di posti di lavoro saranno potenzialmente a rischio. (l.d.)

