Lo scrittore e l’Abruzzo una lunga storia d’amore

18 Luglio 2019

Nel 1998 il Super Flaiano e nel 2007 due lauree honoris causa all’Aquila e a Chieti Camilleri in un’intervista al Centro: «Sono un cinico che ha fede in quel che fa»

Un Super Premio Flaiano per la letteratura nel 1998 a Pescara e, nel 2007, due lauree honoris causa ricevute dall’università dell’Aquila e dall’ateneo d’Annunzio di Chieti-Pescara. L’Abruzzo ha voluto bene ad Andrea Camilleri, lo scrittore siciliano morto ieri all’età di 93 anni. Un affetto costante negli anni, testimoniato da questi riconoscimenti ma anche dalla passione con cui i lettori abruzzesi hanno accolto i suoi libri, non solo quelli del ciclo del Commissario Montalbano. C’è anche un altro pezzo di Abruzzo nella vita di Camilleri. Ha il nome e il volto di Valentina Alferj che, per quasi vent’anni, è stata l’assistente personale dello scrittore, un’ombra affettuosa e competente che lo ha seguito fino alla fine, fino agli ultimi anni della sopravvenuta cecità, raccogliendo le parole che lo scrittore le dettava, destinate a riempire le pagine di romanzi, racconti e saggi. Fino a spingerlo a dire che Valentina Alferj era «l'unica che sia ormai in grado di scrivere in vigatese», l’impasto di siciliano e italiano che è uno dei motivi di fascino della sua prosa.
In occasione del conferimento della laurea honoris causa da parte dell’università d’Annunzio, Camilleri tenne una lezione magistrale sul rapporto fra Antonio Gramsci e Luigi Pirandello, quasi a voler unire le sue due grandi passioni: la politica e la letteratura. Quel giorno a Chieti, Camilleri accettò di rispondere ad alcune domande del Centro. Ecco il testo di quell’intervista.
Perché ha scelto il rapporto fra Gramsci e Pirandello come tema della sua lectio magistralis?
«Perché, negli ultimi anni, mi è capitato di lavorare molto su Pirandello. Ho curato un libro di pagine scelte per la Bur e ho scritto l'introduzione all'ultimo Meridiano Mondadori sul Pirandello dialettale. Preparando quest'ultimo lavoro mi sono imbattuto in quel lapsus, molto interessante, di Gramsci. Così ho colto l'occasione».
La lingua dei suoi romanzi è un impasto di italiano e siciliano: perché questa scelta? Che rapporto ha con il mondo, Montalbano?
«Montalbano getta uno sguardo sul suo villaggio. Non so se è Tolstoj o Dostoevskij che dice: descrivi bene il tuo villaggio e avrai descritto bene il mondo».
Come definirebbe questo sguardo: disincantato, fatalista, cinico?
«Cinico no, se non alla maniera di Cardarelli che diceva: sono un cinico che ha fede in quel che fa. È uno sguardo soprattutto ironico e comprensivo».
Questo è anche il suo sguardo?
«Credo di sì».
Uno scrittore ha un compito ulteriore rispetto a quello di scrivere bene e intrattenere il lettore?
«No. Deve essere semplicemente in pace con la sua coscienza e la sua scrittura».
Che cosa sta leggendo in questi giorni?
«Almeno tre libri che mi hanno interessato. 2666 di Roberto Bolaño; un libretto intitolato Le ultime ore dei miei occhiali di Nino Vetri, pubblicato da Sellerio; e il terzo è un capolavoro, Il presidente di Simenon. E poi c'è una lettura che durerà anni, attraversando tutte le altre, che sono i tre volumi del Journal dei fratelli Goncourt; sono a metà del primo».
Che cosa detesta dell'Italia di oggi?
«L'Italia di oggi la detesto per ciò che è successo domenica (gli scontri degli ultras, ndr). Non mi va che l'Italia sia rappresentata da questi esseri. Sono loro che non appartengono all'Italia».
Che cosa ama, invece, dell'Italia?
«L'infinita capacità di adattamento degli italiani».
Che è anche la sua?
«Naturalmente».
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