«Lo Stato dimostri che c’è Rigopiano sia da monito»

18 Febbraio 2023

I familiari: in ballo c’è la gestione dell’emergenza in Italia, serve più coscienza

PESCARA. «Ho ascoltato le difese degli imputati in aula, e una sola cosa mi tornava continuamente in mente mentre loro parlavano: mia madre. I messaggi di mia madre che quella mattina del 18 gennaio mi diceva che papà stava cercando di togliere la neve dalla macchina, ma che, come finiva, se ne accumulava di nuovo un altro metro sopra. È da qua che bisogna partire: loro se ne volevano andare». Dopo sei anni Marco Foresta, figlio unico di Tobia Foresta e Bianca Iudicone, tra i 29 morti di Rigopiano, come tutti i familiari delle altre vittime aspetta la sentenza del 23 febbraio con il cuore in gola.
«Iniziamo a non dormire», dice, «è da sei anni che aspettiamo questo momento, e tra Covid, scioperi e rinvii vari non è stato facile. Adesso mi auguro che vengano confermate le richieste della Procura, neanche un giorno di sconto a nessuno. Perché come ha ricordato il procuratore Bellelli anche in aula, quel giorno se ne volevano andare tutti dall’hotel. Alle 10,30 gli ospiti avevano fatto già i check-out, conservo ancora il voucher dell’hotel trovato nella valigia dei miei genitori per la notte da recuperare dopo quella partenza che avevano deciso di anticipare. Ecco», racconta il giovane, «adesso spero in una sentenza modello anche per le future tragedie, perché purtroppo non siamo i primi e non saremo gli ultimi a piangere».
«Una sentenza che faccia scuola», gli fa eco Francesco D’Angelo, fratello di Gabriele, il cameriere dell’hotel che quella mattina non solo allertò il Coc di Penne, ma anche la Prefettura, segnalando fin da subito l’emergenza Rigopiano. E oggi il gemello afferma: «È l’ultima possibilità che ha lo Stato per dimostrare che esiste. Perché se nessuno pagherà, o se non pagheranno tutti, vorrà dire una sola cosa: che l’emergenza in Italia si può gestire come si vuole, si può affidare a chiunque, anche a persone incompetenti, perché tanto, qualsiasi cosa accada, non si viene puniti. Per questo», va avanti D’Angelo, «questa sentenza è importante, ed è destinata ad aprire un nuovo capitolo del diritto. Tutto quello che abbiamo sentito finora dal procuratore e dai pm va bene, ma ora tocca al giudice: mi rimetto alla sua decisione. Il 23 febbraio, per la terza volta in tutti questi anni, ci sarà anche mia madre in aula. Vediamo, vediamo cosa succederà».
«Se andrà come dico io», confida Antonella Colangeli, sorella di Marinella, la ragazza di Farindola che era la responsabile della spa, «abbraccerò mio padre. Questo farò». La voce si abbassa, quasi cede, ma Antonella non piange e continua a farsi forza. Non tanto per lei, racconta, «ma per i miei figli che sono cresciuti sì, ma si ricordano ancora bene la zia e mi chiedono come andrà finire. E per mio padre che è sempre accanto a me, e segue tutto dall’inizio, anche adesso che cominciano gli acciacchi, e io a volte mi chiedo oddio perché mi ritrovo in questa situazione senza mia sorella, con papà così, a sentire queste cose in aula. L’ultima volta ieri (giovedì ndr) quando hanno ripreso la parola le difese, ho detto a mio padre, andiamocene non ce la faccio più a sentire ’ste cose. Sì», continua Antonella, «ti viene la rabbia dentro, perché mentre loro fanno lo scaricabarile la realtà è soltanto una: nessuno ha pulito la strada e le persone sono rimaste imprigionate. Non avete pulito la strada e la gente è morta. Questo è successo. E allora a sentire tutti quei giri di parole mi vengono le paure che non pagheranno. Soprattutto adesso che siamo agli sgoccioli l’agitazione è tantissima, non pensavo che fosse così dura, l’altro giorno andando in tribunale mi stavo sentendo male. Ma voglio essere ottimista, me lo auguro con tutto il cuore».
«Ho ascoltato con le lacrime la ricostruzione dei pm in aula, hanno fatto un ottimo lavoro», commenta al telefono Anna Maria Angelucci, sorella di Silvana, morta con il marito Luciano Caporale durante il mini soggiorno che i parrucchieri di Castelfrentano si erano regalati a Rigopiano. «Adesso ci aspettiamo le giuste condanne, dal più grande al più piccolo ognuno ha le proprie colpe, è tutto molto chiaro. Vediamo la sentenza, che sia da monito a chi ricopre un certo ruolo, bisogna avere coscienza di quello che può accadere. Tragedie così cambiano la vita a tutti. Questo è. Qualsiasi giustizia non ridarà i genitori ai miei nipoti, non mi ridarà mia sorella e mio cognato, ed è un macigno che ognuno di noi si porta dentro al cuore, e che ci ha cambiato la vita. Anche se si va avanti, perché nonostante tutto si deve andare avanti. Eppure in aula abbiamo dovuto sentire da qualche difensore che più di uno dei loro assistiti soffre da sei anni. Ecco, al di là di tutto quello che hanno detto, ho trovato questa cosa irrispettosa, una frase che si potevano risparmiare. Significa che non sanno proprio nulla di quello che stiamo passando noi e di tutto il dolore che non passa e non passerà mai».