«Lo Stato lascia soli i parenti dei morti»

Avvocato accusa: «Non si è costituito parte civile al processo per depistaggio». Il giudice riunisce le due maxi inchieste
PESCARA. «Lo Stato non tutela i propri interessi e dimostra un totale disinteresse rispetto a questo depistaggio e quindi in concreto abbandona le famiglie delle vittime del disastro di Rigopiano». È il pesante commento di Romolo Reboa, l’avvocato che tutela una dozzina di parti offese nel procedimento contro i vertici della Prefettura accusati di depistaggio.
LO SFOGO DEL LEGALE. Parla, Reboa, a margine della prima udienza preliminare nella quale è stato deciso di riunire questo procedimento a quello principale della grande inchiesta sulla tragedia dell'hotel Rigopiano, travolto dalla valanga il 18 gennaio del 2017, e dove persero la vita 29 persone.
Lo sfogo del legale delle famiglie è dettato dalla rinuncia dello Stato a costituirsi parte civile nel procedimento contro i rappresentanti dello stesso Stato sul territorio. «Il depistaggio è un reato», aggiunge Reboa, «contro l'amministrazione della giustizia alla quale non è interessato nulla di essere presente nel processo e quindi di costituirsi a tutela dei proprio interessi e sostanzialmente a difesa di quegli interessi dei familiari delle vittime che hanno visto lesi i loro diritti alla verità. Questo atteggiamento significa una sola cosa: lo Stato vuole chiamarsi fuori dal risarcimento alle vittime di Rigopiano».
ECCO IL DOCUMENTO. Il legale sottolinea la gravità del fatto «se si collega», aggiunge, «alla lettera che abbiamo ricevuto in risposta alla nostra richiesta di risarcimento danni per il mancato funzionamento del sistema Prefettura. Quando si accerta che una unità di crisi doveva attivarsi ad una certa ora e ciò non si è verificato, questa circostanza, al di là delle responsabilità penali, evidenzia una responsabilità diretta e connessa dell'evento. Ebbene, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ci ha liquidato con due righe affermando che non ci sono responsabilità perché ha funzionato tutto. Ma questo non risponde a verità: se così fosse, le persone non sarebbero morte».
E NON SOLO. Dallo sfogo di Reboa viene fuori anche la questione dei 10 milioni di euro da elargire alle famiglie delle vittime, che l'ex ministro dell'Interno, Matteo Salvini, aveva promesso in occasione della sua visita a Rigopiano durante la campagna elettorale. «Nove mesi dopo l'approvazione della legge Rigopiano non è stato emesso il decreto attuativo». Ma c’è anche un’altra notizia di rilievo dell’udienza di ieri: la decisione del gup, Antonella Di Carlo, di riunire i due procedimenti.
UN SOLO MAXI PROCESSO. A sollevare la questione è stato l'avvocato Daniele Ripamonti che assiste la dirigente della Prefettura Ida De Cesaris. Una richiesta cui si è opposta l'accusa (rappresentata dal procuratore Massimiliano Serpi e dal sostituto Andrea Papalia), sostenendo che i tempi della decisione si sarebbero allungati creando un disagio ai sette imputati per depistaggio che potrebbero vedere definito il procedimento con maggiore velocità. Ma il giudice è stato chiarissimo. «Nel caso di specie ricorre un'
ipotesi di connessione teleologica, in presenza della quale non è neanche richiesta l'identità tra gli autori del reato fine e quelli del reato mezzo». E ancora: «Agli imputati, tutti nella loro organicità alla Prefettura di Pescara, si contesta il delitto di frode e depistaggio in relazione a quanto conosciuto di emergenziale prima che l'albergo crollasse, al non essersi attivati e a quanto posto in essere nei giorni successivi al crollo dell'hotel per celare il dato conoscitivo e l'inattività, il tutto ragionevolmente per escludere dallo spettro investigativo allora in corso il perimetro di responsabilità della Prefettura nella produzione del crollo dell'hotel Rigopiano».
È EVIDENTE. Secondo il giudice la connessione tra i due procedimenti è evidente «perché sono state poste in essere condotte di rimozione delle tracce di reati quando questi erano in corso di accertamento, con l'intento di indirizzare altrove l'investigazione: condotte la cui pregnanza effettiva e stringente è rivelata proprio nel processo di cui si sta occupando il giudice Sarandrea in cui il prefetto Provolo e la dirigente De Cesaris sono imputati di omicidio colposo plurimo e lesioni riferiti ai soggetti investiti dal crollo dell'hotel». E nel dispositivo la Di Carlo risponde anche alla procura che si era opposta.
LA RISPOSTA. «Tutti i fatti in contestazione nell'uno come nell'altro processo - scrive - non sono risalenti, essendo stati commessi nel gennaio 2017 e ciò vale a scongiurare epiloghi di estinzione, ed inoltre che l'articolazione probatoria dei due processi, con quella del processo più risalente (entrambi comunque sono davanti al gup ndr), rivela una concreta incidenza anche reciproca che si ritiene imprescindibile nell'ottica della verità processuale». Una decisione accolta con favore dalle parti. «Quello di oggi», commenta l'avvocato Francesco Trapella del Comune di Farindola, «è un passaggio molto importante. Si è stabilito anche il valore delle telefonate del povero D'Angelo (una delle 29 vittime, ndr) rispetto all'accertamento principale. Sono elementi che non possono essere affrontati in modo separato». Il 31 ottobre il presidente del tribunale ufficializzerà la riunione, indicando il giudice che non potrà che essere Sarandrea.

