Lo store De Cecco non è un negozio, ma una gallery. Il Guggenheim del carboidrato

Fusilli, rigatoni e mezze maniche non solo soltanto pasta ma diventano una forma d’arte
Prima notizia: per quanto possa sembrarvi strano, e malgrado la promozione, non è “un negozio”. Seconda notizia: malgrado lo chiamino così, secondo me non è nemmeno uno “store” (speriamo non si offenda nessuno). Dopo un lungo tempo passato a pensare che cosa mi faceva venire in mente quel locale illuminato con luci soffuse ma non invasive, vetrine piene di colore che sembravano ispirate dai dipinti newyorkesi di Edward Hopper, dai “sonnambuli americani” di uno dei più grandi maestri della pittura figurativa del Novecento, ho avuto una folgorazione, ho pensato di aver capito tutto.
Cos’è “tutto” lo scoprirete solo arrivando all’ultima riga. Non è una penitenza, è il finale di un racconto: prima vi racconto la trama e la scena. Provate dunque a immaginare di esservi ritrovati anche voi pressati in una folla grandi eventi – ieri sera, corso Umberto I – nel cuore di quel salotto nel salotto che è il centro di Pescara, in un giovedì pomeriggio in cui per uno scherzo meteorologico sembrava di stare all’Equatore: sole a picco, caldo tropicale, camice sudate, eleganti camerieri in blusa bianca distribuiscono acqua in bicchieri di vetro, dame in abito lungo, il meglio della borghesia pescarese, tutte le autorità regionali immaginabili, il questore, il prete – monsignor Francesco Santuccione – un solenne nastro (tricolore). E poi, tutto intorno una folla di curiosi e popolo, tipo botteghini allo stadio di domenica. Provate a immaginare che alle 18.00 tutti sbirciavano dentro, immaginando che dietro qualche trovata di design, avrebbero scoperto pacchi, scaffali, cataste di prodotto, una piccola “Eataly abruzzese”. Invece nulla di tutto questo, colpo di scena: “il primo De Cecco store” si presenta in modo così elegante e minimale che non contiene merci, non ha scaffali. Entri dentro, e solo dopo un po’ capisci che ti trovi in una istallazione artistica: l’architetto Francesco Faccin ha lavorato per sottrazione e sintesi, come certi chef sofisticati che ricorrono alla cucina destrutturata per comunicare il messaggio: cambiare le forme, per fare dei loro piatti una narrazione. Per questo tutte le pareti sono coperte di un modernissimo legno “stabilizzato” – si chiama Alpi – un particolare rovere processato in modalità industriale, indistruttibile, chiaro, “caldissimo” per l’effetto visivo. Aggiungete che queste pareti ospitavano delle strutture in acciaio di cantiere sottilissimo. Una per ogni tipo di pasta: come fossero teche di un museo. Aggiungete che passata la soglia si viene accolti non da un colore ma da un suono, quello dell’acqua che sgorga da una piccola fontanella. Dietro le casse, e le commesse che parevano sacerdotesse di un culto laico o infermiere di una clinica di eccellenza (fate voi) una porzione di parete come illuminata da una coreografia teatrale di spighe di grano. Cereali e acciaio laminato, natura e industria, rovere e loghi con il nome dell’azienda cuciti sulle uniformi, due insegne senza età, che dipinte a mano, mi dicono, da un celebre decoratore del sud Italia, uno che le boutique di tutto il mondo interrogano al metro quadro e pagano a peso d’oro.
Quando questo enorme Pantheon si accende, come un albero di Natale, con teatrale tempismo si materializza lui, l’atteso protagonista della serata, il Cavalier Filippo Antonio De Cecco. Entra, insieme al questore Luigi Carnevale, alto, elegante, con le iniziali sulla pochette bianca: passo solenne, momenti di silenzio. Poi il Cavaliere parla a braccio, il questore tiene il microfono, e mentre De Cecco racconta il cerchi si chiude: ciò che sta dicendo nel suo discorso (ne trovate le frasi salienti nella bella cronaca di Sara Del Vecchio) è esattamente ciò che l’architetto Faccin ha sintetizzato con la lingua della materia. I De Cecco non sono “pastai”. Non aprono uno spaccio di successo. Sono gli inventori di un processo industriale, sono gli eredi «di duecento anni di storia», che trasformano fusilli, mezze maniche e rigatoni, olio e vino in una forma d’arte. Questo negozio non è un esercizio commerciale, è una vetrina sul mondo, aperta da un capitano di industria di ottant’anni che si definisce “cosmopolita”, è nato a pochi metri di distanza da queste vetrine, esibisce nel suo ufficio, con orgoglio, il brevetto americano che a fine Ottocento aprì le porte dell’America a dei pionieri che arrivavano da Fara San Martino nel “nuovo mondo”. Il prefetto Carnevale cesella una battuta geniale: «Qui non c’è lo store, solo il Que-store!». Cioè lui. E poi ci sono queste vetrine luminose, eleganti, ambiziose e insieme essenziali. Perché questa non è una bottega: è una art gallery del carboidrato. Queste vetrine sono finestre affacciate sul primo museo Guggenheim della pasta del mondo.
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