Lo Verso all’Aquila «Torno nella città ferita che amo»

L’attore siciliano al Festival della Partecipazione «Gli albanesi del film Lamerica come gli italiani...»
di Marianna Gianforte
Le biografie che circolano online di Enrico Lo Verso sono minimali, in qualche caso anche imprecise. La riservatezza dell'attore palermitano, classe 1964, la vedi già dalla poca voglia di apparire: Lo Verso si tiene per sé le questioni personali, difendendole dagli appetiti della stampa e dei fan. A parlare devono essere i fatti, il lavoro, quella «professionalità che l'Italia non vuole più», e non le curiosità intorno alle questioni familiari degli attori. Lo Verso è così: mette al primo posto il rapporto umano, l'impegno per il sociale, la lotta contro i favoritismi, visto che, dice, «in Italia la meritocrazia è sempre meno. Prendi un attore, per esempio: non nasce per miraggio di cinematografia estera, ma per il bisogno di recitare». Parola di uno che ha alle spalle decine di film al cinema e alla televisione, a lungo volto di “Centovetrine” e anche un'apparizione nel film americano ”Hudson Hawk”, al fianco di Bruce Willis e che, dice, «non ho mai rivisto».
Come nasce Enrico Lo Verso come attore?
«Andando al teatro di Siracusa, dove a 8 anni ho visto “L'Edipo Re”: tutto è iniziato da lì. La differenza tra essere attore ed essere personaggi è aver preso parte a un film, il problema è che di cinema in Italia se ne fa pochissimo. Per diventare attori, bisogna arricchirsi dentro, leggere, studiare, avere il piacere di quello che ascolti, vedi e vivi».
Che cosa significa essere testimonial del Festival della Partecipazione, da domani al 10 luglio all'Aquila?
«Un'idea bellissima. Realizzato all'Aquila, il festival acquista la sua ragion d'essere: fatto, per esempio, a Zurigo, non avrebbe avuto senso. Quando penso all'Aquila mi vengono in mente tre cose: il cemento delle scuole crollate; la risata degli imprenditori intercettati a pochi minuti dalla scossa delle 3.32; e la mia visita alle 99 Cannelle durante una tournée».
Perché in italia non si fanno più grandi film?
«Manca la voglia di divertirsi, di raccontare storie e produrle senza avere come obiettivo il solo botteghino. Non ci sono più i produttori, come Cecchi Gori, per fare un esempio. Io non penso che De Sica o Fellini facessero film soltanto per produrre, magari poi si scontravano con le leggi del botteghino. Prima, però, si pensava all'arte e dietro di loro c'erano i produttori veri».
Un attore come lei potrebbe dare voce a tutte queste storture?
«Non credo. Come diceva Pier Paolo Pasolini: “Io osservo, non cambio”».
Che ricordo ha del suo film "Lamerica" di Amelio?
«Sono orgoglioso di averlo fatto. Un film che ci fa rendere conto che la realtà non è quella che crediamo di vedere. In “Lamerica”, che racconta lo sbarco degli albanesi in Italia negli anni Novanta, gli albanesi sono gli italiani migranti di ieri. Oggi a sbarcare sulle nostre coste sono migliaia di uomini in fuga dalle guerre».
Com'è stato il suo rapporto con Amelio?
«Lavorare con lui è stato un piacere enorme, era faticoso ma anche un arricchimento personale. E' la dimensione della scoperta che rende bello e vendibile questo lavoro».
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