Locali commerciali sfitti Problema serio e dilagante

10 Giugno 2017

L’Ascom promuove un censimento dei negozi che hanno chiuso i battenti Gli esercenti raccontano la propria esperienza e propongono idee per il rilancio

PESCARA. Il numero delle serrande abbassate in città cresce di giorno in giorno. I negozi continuano a chiudere, in centro e in periferia, e se prima il fenomeno si registrava «a macchia di leopardo, ora sta interessando indiscriminatamente tutta la città». L’Ascom Abruzzo si è occupata di un rapido censimento di chi ha gettato la spugna, tra le attività commerciali. In centro, fa notare il presidente Franco Pasquale, «ci sono 5 locali sfitti o in vendita in via Genova, in via Puccini (attraversando via Tasso e via Carducci) si sale a 13, in via Fabrizi gli spazi vuoti sono 11, 9 in via Palermo, 7 in via Chieti e 10 in via Firenze (nel tratto non pedonale)». Pasquale ha proseguito il conteggio in viale Bovio, dove «i locali chiusi sono 14, e in via Marco Polo, dove le saracinesche abbassate nel tempo sono state 8». Sulla periferia, dice ancora, è «meglio stendere un velo pietoso», per non parlare delle attività aperte che «vivono una situazione di morosità» e per le quali non è difficile immaginare «la chiusura». Se non fosse per la ristorazione, soprattutto in centro, «il commercio a Pescara sarebbe solo un ricordo».
Hanno vissuto sulla propria pelle l’esperienza della chiusura o del trasferimento in altri locali alcuni commercianti del centro, che spiegano come la pensano. "Saporì" ha gettato la spugna nei mesi scorsi in via Firenze e il titolare, Claudio Esposito, traccia un bilancio negativo su tutti i fronti. «Sarà stata sbagliata la zona, o forse non piaceva il nostro prodotto. Nel commercio è tutto un mistero, e se un’attività non funziona non credo sia colpa di qualcuno», osserva. «Ma forse, in fin dei conti, l'isola pedonale non è stata vincente ai fini commerciali. Forse contano le abitudini, si frequentano di più i locali di tendenza, senza badare al prodotto in sé, ma è una percezione personale e non so perché in quella zona i locali non funzionino più. Alcuni hanno cambiato gestione». Esposito parla seguendo l'istinto. «Mi verrebbe da dire che la giunta comunale si cura solo di incassare le tasse che, ahimè, non favoriscono il commercio. Non ho condiviso la decisione di qualche mese fa di far pagare il parcheggio la domenica durante i saldi. E forse si potevano organizzare degli eventi, anche in quella zona, anche se magari sarebbe servito a poco. Mi sarebbe piaciuto vedere quell’area trasformata in un centro commerciale, posizionando delle piantine informative sulle attività presenti per favorire chi, come noi, era un po' fuori dalla zona di passaggio principale. Poteva essere un segnale positivo del Comune. E invece ho pagato un mare di soldi per la tassa sulla pubblicità, dopo aver affisso dei cartelloni alle vetrine: mi sembra una cosa senza senso, che uccide chi tenta di sopravvivere».
Tra i commercianti che hanno scelto la via della ristrutturazione, riducendo il numero dei negozi e lasciando aperta una sola attività spostandone la sede, c'è Corazzini, nome notissimo in città nel settore dell'abbigliamento. Questa scelta è avvenuta per «raggiunti limiti di età», come spiega Fabrizio Corazzini, ma è chiaro che il problema del «caro affitti esiste, è evidente e oggettivo, specie nella zona centrale» per cui sarebbe opportuno pensare ad una «rimodulazione». Lo spirito di questo commerciante è assolutamente positivo e propositivo. «Ognuno», dice, «si deve adattare a quello che offre il mercato per cui bisogna essere furbi, spostarsi nelle zone in cui il mercato può rispondere. E noi, decidendo di spostarci, abbiamo scelto via Nicola Fabrizi (lasciando corso Vittorio), riuscendo a tagliare la spesa per l'affitto». Per molti locali del centro questa voce raggiunge cifre «astrogalattiche», e tanti hanno chiuso i battenti. Ma non ci si può fermare a questo. «L'Abruzzo è una regione gradevolissima», fa notare, «e Pescara è un centro di aggregazione commerciale forte, specie nel fine settimana». Bisogna lavorare, quindi, sul rilancio di Pescara e delle sue attività che può avvenire attraverso «gli eventi», aggiunge Corazzini rivolgendosi al Comune. Ironman, la gara internazionale di triathlon che da anni si svolge qui a Pescara, è un esempio. «I grandi centri», prosegue Corazzini, «devono ambire a qualcosa di più di un singolo evento forte: si deve pensare a una moltitudine di appuntamenti di questo tipo» in grado di assicurare «una affluenza notevole. Se si vuole crescere, si deve aumentare il numero degli stranieri che scelgono Pescara». Il resto lo fanno, tra l'altro, «la qualità dei negozi e una sana gestione degli impegni» da parte pubblica.
Ha cambiato sede più volte il negozio di calzature Full, altro nome storico. «Nel 1972 i negozi erano cinque e ora ce n’è uno solo, “Full box”, in via Conte di Ruvo», racconta Nino Catani. «Gli affitti sono troppo alti e i proprietari non li abbassano perché vantano la centralità della zona ma va detto che qui in passato sono arrivati a chiedere le stesse somme di via Condotti, a Roma. Noi abbiamo cambiato più volte sede e sostenuto delle spese, anche se lo spostamento non ci ha danneggiati». Catani contesta la scarsa attenzione per le periferie e «l’organizzazione di eventi solo in centro». E poi sollecita la creazione di «un centro commerciale naturale che interessi tutta la città, specializzando ogni zona in un settore specifico». Un progetto che si potrebbe realizzare in tempi non lunghi ma si scontra con il fatto che a Pescara «il centro commerciale naturale non è mai partito. Qui non c’è mai stata una direzione unica e ci si è limitati a scimmiottare i centri commerciali che troviamo nelle periferie». Un’idea per fermare la desertificazione commerciale? «Aumentare le tasse per i locali vuoti».
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