Lorenzo, il primo ad arrivare «L’albergo non esisteva più»

19 Gennaio 2024

PESCARA. Il rumore forte di un generatore della luce, poi il vento, il freddo. «L’albergo non c’era più, era tutto sepolto dalla neve».Lorenzo Gagliardi, finanziere e capo squadra del soccorso alpino...

PESCARA. Il rumore forte di un generatore della luce, poi il vento, il freddo. «L’albergo non c’era più, era tutto sepolto dalla neve».
Lorenzo Gagliardi, finanziere e capo squadra del soccorso alpino di Roccaraso, non riusciva a sentire altro la notte tra il 18 e il 19 gennaio di sette anni fa, poche ore dopo la valanga che ha sotterrato l’Hotel Rigopiano, a Farindola. Avrebbe voluto sentire subito delle voci, un grido. Invece c’era solo il silenzio in mezzo a dune di neve, gelo e la bufera che continuava imperterrita a ostacolare l’intervento.
Il maresciallo capo Gagliardi è stato uno dei dodici soccorritori arrivati per primi sul posto di quella che, poche ore dopo, alle prime luci dell’alba, ha preso i contorni di una tragedia in cui non si riuscivano a contare né morti né dispersi. Il coraggio invece sì, quello si poteva misurare, ed era tantissimo.
In dodici sono scesi dal fuoristrada perché andare avanti, oltre il bivio di Mirri, a Farindola, era impossibile. «Eravamo bloccati», racconta Gagliardi al Centro, «lo spazzaneve davanti a noi procedeva lento. In un quarto d’ora siamo saliti di soli 10 metri con la macchina».
Era da poco passata l’una di notte. In 40 erano sotto la neve da circa 9 ore. «Così abbiamo deciso di andare avanti con gli sci da alpinismo», racconta il maresciallo capo. Pelli di foca sotto gli sci, torce in testa per farsi strada nel buio di una notte seguita dall’Italia intera.
UN DOLORE CHE NON PASSAA sette anni dalla valanga il dolore e quelle immagini non passano. «Sono giornate indimenticabili». Quella tragedia per uno come Gagliardi, che alle spalle ha anche i soccorsi nei terremoti dell’Aquila e Amatrice, ha dell’incredibile. «Avevo già partecipato ad altre operazioni, ma lì erano un terremoto e una valanga insieme. Era qualcosa di nuovo», continua il racconto, «all’inizio eravamo scoraggiati perché, dalle condizioni che abbiamo trovato, era impossibile che ci fosse qualcuno vivo. Sono state ore, anzi giorni frenetici in cui non pensavi alla stanchezza: il nostro obiettivo era trovare tutti, ma più passava il tempo e più si perdeva la speranza». Dopo sette anni i ricordi sono vivi: «Impossibile dimenticare», dice il maresciallo capo.
il soccorsoQuel 18 gennaio del 2017, Lorenzo Gagliardi e i suoi colleghi della Guardia di Finanza erano partiti per un intervento di soccorso in tutt’altra direzione: la slavina sul lago di Campotosto. Passata Sulmona, poco dopo le 19, una chiamata cambia la loro direzione. «Ci dissero di andare a Rigopiano per un’emergenza», racconta Gagliardi, «non sapevamo altro». Di preciso c’era solo la destinazione, il resto lo avrebbero visto ore dopo.
«Non immaginavamo una tragedia del genere. Pensavamo che fosse stata travolta solo un’ala dell’albergo. Poi ci siamo iniziati a rendere conto che non c’era più niente. L’albergo non esisteva più».
Il disastro era davanti ai loro occhi. «Giravamo intorno alla struttura», continua, «era tutto sepolto dalla neve». Gagliardi prova a farsi sentire. Urla. Ma l’unica risposta è l’eco della sua voce. «Ci siamo avvicinati al piazzale dove c’era una macchina che non era stata travolta dalla valanga».
Dentro l’auto c’erano Giampiero Parete, cuoco in vacanza che al momento della slavina stava andando verso l’auto, e Fabio Salzetta, manutentore dell’Hotel riuscito miracolosamente a fuggire. «Ci siamo fatti spiegare da lui la mappa dell’albergo. Gli abbiamo chiesto di rimanere con noi per aiutarci a ricostruire la zona». C’erano grovigli di alberi a terra, macerie e neve: non si vedeva altro.
«Si scavava senza sosta, mettevamo la sonda nei punti che ci indicava Fabio».
Le prime luci dell’alba a Farindola: i soccorsi a fatica sono arrivati sul posto. Dopo poche ore, alle 9.30, un sopravvissuto viene tirato fuori dalle macerie. Il resto è una cronaca fatta di minuti contati contro il tempo impietoso. Si salvano in undici. Per gli altri ventinove non c’è più nulla da fare.
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