Lotta ai cyberbulli Un test anonimo per aiutare i ragazzi

In tribunale gli esperti incontrano gli studenti del Marconi «L’aggressività è disagio, ma difendersi è possibile»
PESCARA. Chi viene picchiato e umiliato ogni giorno prova vergogna. Tanta da non aver il coraggio di parlare e denunciare chi colpisce e mortifica, come se essere una vittima fosse una colpa da nascondere. Accade alle donne maltrattate, accade ai ragazzini bullizzati. Ieri, Safer Internet Day 2017, un gruppo di adulti esperti a vario titolo di abusi ha cercato di spiegare a una platea particolarmente attenta e folta di ragazzi, studenti del liceo Marconi riuniti nell’aula Alessandrini del tribunale (foto Giampiero Lattanzio), che invece difendersi e difendere si può e si deve, perché le conseguenze di atti di bullismo e di cyberbullismo possono essere gravissime, lasciare cicatrici indelebili nella psiche e nella mente di chi li subisce, portare ad atti di autolesionismo e morte.
Usando un linguaggio vicino a quello degli adolescenti e riferimenti per loro quotidiani – social, video, whatsapp – magistrati, Valentina D’Agostino, Cecilia Angrisano, dirigenti della Polizia postale, Elisabetta Narciso e Gianluca De Donato, lo psichiatra Massimo Casacchia, dirigenti scolastici e docenti hanno spiegato ognuno per le proprie competenze cosa comportano il bullismo e il cyberbullismo. Dunque non solo trovarsi di fronte a una serie di reati che vanno dalle minacce al ricatto alla diffusione di materiale pedopornografico, dalle lesioni, allo stalking fino all’induzione al suicidio. Con slide e video i referenti della Polpost hanno mostrato come l’aggressione cattiva e immotivata nel cortile della scuola a un ragazzino diverso, con gli occhiali spessi o qualche chilo in più, ripresa con un telefonino e postata sul web rappresenti la crudele moltiplicazione dell’esposizione a una umiliazione. Alla quale non si può restare indifferenti se non diventarne complici a colpi di “mi piace” e condivisioni. De Donato e Narciso hanno chiarito che all’identificazione del cyberbullo si arriva se si ha la segnalazione. L’invito unanime ai ragazzi è stato a parlare, raccontare a un adulto di riferimento – che sia un genitore, un insegnante, una zia, un allenatore di calcio, o la Polpost stessa, che invita apertamente a informali chiacchierate – quello che si subisce e quello a cui si assiste e che magari turba. Lo psichiatra ha tracciato i profili degli aggressori e delle vittime, ma anche dei testimoni omertosi: emerge, in estrema sintesi, una mancanza di empatia, una non maturata capacità di immedesimazione nei sentimenti e nelle emozioni dell’altro, nella sua sofferenza.
Il mondo virtuale non aiuta certo l’educazione dei sentimenti: l’altro non è reale, non carne, sangue e dolore, ma bidimensionale figurina lontana. Inoltre l’aggressività a sua volta è spesso figlia di disagio pesante, familiare per lo più. E nella adolescenza l’identificazione col gruppo rassicura, mentre l’esclusione dal gruppo terrorizza, la diversità spaventa anche perchè è difficile da gestire in giovane età.
Nell’ambito del progetto “Una vita da social”, polizia, Ministero dell’istruzione e istituzione scolastica proseguono insieme la lotta al bullismo e al cyberbullismo. E ai ragazzi delle scuole pescaresi verrà proposto un questionario, del tutto anonimo, sui temi in cui si concentra l’aggressività, le modalità in cui si esprime, gli aspetti fisici e caratteriali che prende di mira.
«Diventare grandi non è semplice, ragazzi», ha rassicurato Casacchia, «il rapporto con gli altri è centrale per la crescita, voi parlate, raccontatevi. Con adulti e coetanei. Lo sapete, in certe situazioni “ci vorrebbe un amico”».
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