Lupo, cinghiale e cervo immortalati in un giorno

28 Agosto 2015

Ex poliziotto, fotografo naturalista per passione, racconta la sua fortunata «battuta di caccia» senza fucili sui versanti del Parco attorno a Caramanico

CARAMANICO TERME. Lui pratica la caccia fotografica. Parte alle 5 del mattino con la sua auto, da Alanno, per arrivare nel cuore del Parco della Majella, a Caramanico e a Sant'Eufemia, dove poter scovare gli animali selvatici che vivono nella zone protette. È armato però di macchinetta fotografica digitale ad alta risoluzione con obiettivo da 300 millimetri.

Dice che gli occorrerebbe una focale da 600 per immortalare gli animali, che comunque appena si accorgono di essere spiati corrono via e il «cacciatore» di immagini naturalistiche non ha più tempo per riuscire a riprenderne le movenze. Succede spesso con caprioli, cervi, lupi, animali che rizzano il pelo e mostrano espressioni minacciose, con i denti ben in vista, come fanno i cinghiali. Marino Baroncini, 58 anni, poliziotto in pensione dopo 40 anni di servizio di cui gli ultimi 25 trascorsi nel posto di polizia dell'ospedale di Chieti, oggi dedito al volontariato, racconta che non ha paura e cerca di non disturbare gli animali. Si accontenta delle foto che riesce a prendere e non gli passa in mente di inseguire gli animali quando questi scappano via. Ha fatto così anche ieri mattina, verso le 6, a Caramanico, dove all'uscita della galleria, ha immortalato un cinghiale che, a quell'ora, dopo aver vagato nei dintorni dell'abitato in cerca di qualcosa da mangiare, ha abbandonato la scena per tornare sui versanti della Majella e del Morrone.

Mezzora dopo, sulla strada per Sant'Eufemia, (Marino evita di indicare il luogo preciso) incontra un lupo. «Un bell'animale» dice «si vedeva che era nutrito e perfettamente a suo agio in quei posti. Anche ol plupo» racconta l’ex poliziotto, «cercava di rientrare nelle zone lontane da rumori e presenze umane». Il paniere di cacciatore di immagini è stato poi rimpinguato con uno scatto a un cervo, preso da lontano, comunque incuriosito dalla presenza discreta di un obiettivo e non di canne di fucile. «La mia passione è questa, carpire i segreti della natura e scrutare gli animali che la popolano».

Le foto poi le pubblica sui social «per sensibilizzare i frequentatori alle problematiche ambientali e far loro gustare le bellezze del mondo selvatico». Baroncini è tuttavia restio a parlare di ecologia e di ecosistemi naturali che, come sta accedendo nei Parchi, non solo d'Abruzzo, vengono stravolti dalla presenza massiccia di cinghiali, caprioli e cervi e di pochi predatori (lupo e orso) che non riescono a regolare lo sviluppo delle loro popolazioni. Ma solo perché il suo fine è un altro: quello dell'osservazione e dell'attaccamento alla vita naturalistica. «Viene da sé» dice «che gli studiosi facciano le loro deduzioni e prospezioni. Del resto, nelle ultime settimane, si è acceso un dibattito fra le istituzioni regionali e provinciali sulla regolazione della popolazione dei cinghiali e si è convenuto - d'accordo anche il direttore del Parco della Majella Oremo Di Nino - sul selecontrollo dell'animale (abbattimenti programmati anche nelle zone vincolate) che cresce smisuratamente di numero ed è causa di danni alle coltivazioni oltre che una costante minaccia per gli uomini, facile conquista per l'animale predatore che così perde la carica aggressiva naturale e modifica il suo comportamento. Non è vero che una macchina fotografica è più innocua delle canne di un fucile: quella di Baroncini coglie nel segno.

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