«Ma adesso il timore è che qualcuno insabbi le indagini»

L’avvocato Graziano, legale della famiglia Feniello «Alcuni elementi di prova possono essere già andati persi»
PESCARA. «Mi auguro che per il rispetto delle 29 vittime di Rigopiano, di chi era lì semplicemente per una vacanza e di chi era lì perché stava svolgendo il proprio lavoro, chi indaga riesca a superare qualsiasi forma di soggezione, e abbia il coraggio di puntare il dito anche nei confronti degli organi più in alto. Le famiglie delle vittime, e l’Italia intera, si aspettano che di fronte a un fatto del genere non si faccia sconti a nessuno. O non sarebbe giustizia». L’avvocato Camillo Graziano, legale della famiglia di Stefano Feniello, una delle 29 vittime di Rigopiano, rompe il silenzio dopo mesi di lavoro che ha tradotto nelle decine di pagine che compongono le 14 memorie depositate finora in Procura. Lo fa a due settimane dall’incontro che con gli altri avvocati ha avuto con il procuratore Massimiliano Serpi e dopo l’appello dei familiari a fare presto.
Avvocato, quali sono gli umori in questa fase?
La volontà espressa dal procuratore di chiudere le indagini entro l’anno dal fatto, è un’ottima notizia, ma come legale mi auguro che le indagini durino tutto il tempo necessario per riuscire ad accertare ogni singola fattispecie che si deve analizzare. Riuscire a chiudere tutto entro l’anno dalla tragedia sarebbe il frutto di un grandissimo sforzo da parte della procura. L’importante, però, è che lo si faccia senza tralasciare nessun aspetto.
Ha parlato di coraggio, a che cosa si riferisce?
Io chiedo che la Procura si prenda tutto il tempo necessario per arrivare a scandagliare ogni singola questione relativa a questa tragedia, senza perdersi per strada niente e nessuno. Che sia l’ultimo tassello della catena di comando o quello più importante, che sta più in alto di tutti. Senza stare dietro allo scaricabarile iniziato fin da subito.
In questo momento delle indagini, ormai agli sgoccioli, è questa la vostra paura?
Sappiamo benissimo che i responsabili di questa tragedia non possono essere solamente gli unici sei indagati ad oggi noti. Adesso il timore della famiglia Feniello, e credo anche di tutti gli altri familiari delle vittime, è che non si vada a fondo con riguardo alle personalità più importanti. La mia personale, invece, è che in tutti questi mesi qualcuno abbia potuto agire indisturbato per inquinare delle prove. Da questo punto di vista sarebbe stato forse opportuno adottare misure cautelari. La possibilità che alcuni elementi di prova possano essere andati persi proprio per l’attività di inquinamento da parte di qualche possibile indagato esiste, e il timore è che soprattutto nei livelli più alti si possa gestire la questione arrivando addirittura a insabbiare certe cose.
Quello che dice è grave.
Dico semplicemente che rispetto a un’indagine del genere bisognerebbe riuscire a salvaguardare comunque la genuinità delle indagini, andando oltre situazioni di opportunità istituzionale. Mi rendo conto che trovarsi di fronte a quello che è stato definito un omicidio di Stato comporta più difficoltà rispetto a un’indagine che riguarda gente comune. Ma nessuna delle famiglie che mai più rivedrà il proprio caro potrebbe accettare una giustizia parziale. Ci sono responsabilità a livello comunale, provinciale, di prefettura, di Regione, e mi dispiace constatare che all’inizio si sia perso tempo con indagini frammentarie affidate a più organi investigativi. Cosa che probabilmente non ha consentito di arrivare ad esaminare le responsabilità del prefetto. Ma nell’analisi della gestione dell’emergenza, nell’individuare i presunti responsabili di quella primissima fase delle indagini, è mancato proprio il riferimento al prefetto. Mentre era naturale che ci fosse, perché è il primo responsabile della protezione civile e quindi dell’emergenza neve di quei giorni.
Su questo ha presentato una memoria.
Sì a maggio. La mia memoria ha consentito di approfondire adeguatamente questo aspetto.
Ne è sicuro?
La procura deve necessariamente prenderla in considerazione. Non possono averla cestinata o non averla potuta ritenere importante.
A proposito del prefetto e della prefettura, come giudica il blitz del sopravvissuto Matrone dalla funzionaria che non credette all’allarme di quel giorno?
Matrone secondo il mio parere ha fatto quello che si aspettava facesse già qualcun altro: andare da questa persona a chiederle conto di quello che è accaduto. È stato 60 ore sotto le macerie, ha perso l’uso del braccio e di una gamba. Non conoscendo i tempi delle indagini, Matrone ha la fretta che hanno tutti i familiari delle vittime, ma i tempi sono assolutamente idonei rispetto al complesso accertamento che dev’essere fatto. Iniziative di questo tipo possono creare il problema che gli indagati non si sentano più sicuri. Invece la Procura deve poter lavorare con serenità. (s.d.l.)
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