Ma il fronte del no annuncia battaglia legale
Forza Italia prepara il ricorso al Tar. Il M5S aspetta il decreto: il Pd sta giocando con le regole democratiche
PESCARA . Non poteva non provocare l’immediata reazione dei partiti di opposizione, la notizia che in Abruzzo si tornerà alle urne a febbraio per eleggere i nuovi vertici regionali. Il primo commento ad arrivare è quello di Mauro Febbo (Fi). «Il 10 febbraio», osserva il consigliere regionale di Forza Italia, «è una data inaccettabile, intollerabile, inopportuna. Faremo ricorso al Tar». A fargli eco è il capogruppo di Fi in Regione, Lorenzo Sospiri. «Ho già chiamato i nostri legali per impugnare dinanzi al Tar la folle scelta della giunta regionale di indire le prossime elezioni regionali per il 10 febbraio. Ritengo tale decisione non condivisibile, non corretta, contraria al bene dell’Abruzzo», dice Sospiri, «e che determinerà un evidente sperpero di denaro pubblico. Il presidente Lolli, con il garbo che lo contraddistingue, mi ha personalmente comunicato la data che cade, peraltro, nel Giorno del Ricordo delle vittime delle Foibe. L’ho ringraziato per la cortesia, l’ho salutato, ma è evidente che sarà battaglia sul profilo legale». Sospiri ha anche annunciato che «a partire dalla scadenza dei 90 giorni dallo scioglimento dell’assise determinata dalle dimissioni dell’ormai ex presidente D’Alfonso, ovvero dal 22 novembre, sino al ritorno alle urne, noi restituiremo i soldi delle indennità, tolte ovviamente le tasse». «Se finora il 10 febbraio era noto come il Giorno del Ricordo, d’ora in poi diventerà anche il giorno della vergogna dell’Abruzzo», aggiunge l’ex parlamentare forzista Fabrizio Di Stefano.
E in serata arriva anche la presa di posizione del Movimento Cinque Stelle, con la consigliera regionale, Sara Marcozzi, candidata alle regionale, che non ha affatto gradito la scelta di allungare così tanto l’attesa per il ritorno alle urne. «Il Pd sta giocando con le regole base che fondano la democrazia. È inaccettabile», dice la pentastellata, «la scelta del Pd di tornare alle urne nel 2019, a un anno dall’incompatibilità e a sei mesi dalle dimissioni del presidente D’Alfonso. Lo statuto e le leggi regionali in combinato disposto prevedono che, in caso di scioglimento anticipato del Consiglio regionale, il ritorno al voto debba essere garantito entro tre mesi dalle dimissioni del Presidente della Giunta regionale. Il Pd ha, come al solito, “stirato” le leggi al solo fine di allontanare quanto più possibile la sicura debacle che li attende alle urne. Attendiamo la pubblicazione del decreto, sarà interessante capire le motivazioni che hanno ispirato i decisori su tale scelta e anticipiamo che valuteremo insieme ai nostri legali se siano stati rispettati tutti i dettami normativi». Il M5S era intervenuto a più riprese sul tema della data del voto, spiegando che una scelta «che avrebbe posticipato di troppo la data di ritorno alle urne avrebbe aperto diversi fronti di crisi, sia a livello amministrativo che relativamente alle scelte programmatiche e strategiche per la nostra regione».

