Ma la crisi di governo non blocca i rimborsi

La Regione chiede 222 milioni. Iovino (Protezione civile): «L’iter va avanti» Priorità agli edifici pubblici. Sono però a rischio i fondi per migliaia di auto
PESCARA. La crisi del governo può drammaticamente bloccare i salvataggi delle industrie abruzzesi, così come l’attuazione delle Zes (zone economiche speciali) oppure avere conseguenze sulla stangata dei pedaggi autostradali, riaccendendo lo spettro degli aumenti, ma non dà lo stop ai risarcimenti per i danni del maltempo di luglio. La grandinata che ha messo in ginocchio la costa teramana, pescarese e teatina, crivellando tetti e auto. I rimborsi non saranno bloccati anche se la firma sulla delibera che riconosce all’Abruzzo lo stato di emergenza nazionale dovrà essere quella di un presidente del consiglio dimissionario.
E anche se la certezza dei fondi si concentrerà principalmente sui danni agli edifici e alle infrastrutture pubbliche, relegando al secondo posto i danni enormi ad auto e tetti di case private.
LA FETTA PRIVATA. La somma reclamata dall’Abruzzo supera i 222 milioni di euro, di cui ben 35 si riferiscono ai risarcimenti per i beni mobili, cioè per le autovetture. Ma questi ultimi sono i fondi a forte rischio. Ed è quindi solo parziale la rassicurazione per un esercito di danneggiati, migliaia di cittadini abruzzesi, che arriva dalla Protezione civile regionale che ha anche riaperto i termini fissando, per lunedì 26 agosto, la nuova scadenza entro la quale i Comuni debbono integrare le domande incomplete dei risarcimenti.
LA RASSICURAZIONE. «L’iter va avanti», conferma al Centro una fonte qualificata, Antonio Iovino, il dirigente del servizio di programmazione delle attività di Protezione civile della Regione Abruzzo.
Nei primi giorni di agosto, Iovino ha guidato il sopralluogo nelle aree colpite di Pescara e Francavilla. Lo scopo del sopralluogo con i tecnici della Protezione civile nazionale era quello di verificare veridicità e completezza delle domande di risarcimenti che i Comuni hanno dovuto inviare alla Regione dopo aver raccolto il materiale probatorio consegnato dai cittadini danneggiati.
Ma all’appello manca la conta dei danni da cosiddetto “rischio residuo”, «cioè le frane e gli smottamenti», spiega Iovino, «il cui riscontro è determinante ai fini del riconoscimento dello stato di emergenza nazionale». Nei due comuni oggetto del sopralluogo non risulta questo tipo di danni.
«Ci siamo così riservati di compiere un secondo sopralluogo a settembre nelle zone dove invece ci sono state segnalate situazioni di questo tipo». E le zone sono già state individuate. Si tratta di Furci (nel Chietino), Montefino (nel Teramano) e infine Spoltore.
Il 10 settembre prossimo, un martedì, la Protezione civile nazionale quindi tornerà in Abruzzo. Saranno trascorsi esattamente due mesi dalla grandinata che, a Pescara, è stata seguita anche tra una travolgente alluvione che, dai colli, ha trascinato le auto a valle e inondato il parcheggio dell’ospedale Spirito Santo.
LE TAPPE. Era il 10 di luglio scorso: un mercoledì nero per l’Abruzzo, che quel giorno ha patito i 222 milioni di euro di danni. La giunta Marsilio, all’inizio di agosto, ha ufficialmente deliberato di richiedere al Presidente del consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, ormai dimissionario, tramite il dipartimento della Protezione civile, la dichiarazione dello stato d’emergenza nazionale. Alla delibera è stato allegato l’elenco, Comune per Comune, delle somme da risarcire per il maltempo devastante di oltre quaranta giorni fa.
Le dimissioni di Conte, secondo Iovino, non dovrebbero però compromettere i risarcimenti, lasciando accese le speranze, «perché il riconoscimento dello stato di emergenza nazionale», aggiunge il dirigente, «è un atto straordinario che anche un governo dimissionario può decidere».
L’esecutivo ha il compito di firmare la delibera che assegna le risorse ma toccherà al capo del Dipartimento nazionale della Protezione civile adottare l’ordinanza con cui nominerà un commissario delegato che darà il via libera ai rimborsi. Ma un governo dimissionario difficilmente potrà assegnare fondi ai privati. Si limiterà quindi al pubblico.
LE SOMME. Il Centro ripubblica oggi l’elenco che vede la provincia di Pescara come la zona maggiormente colpita, con oltre 114 milioni di danni pubblici e privati documentati. Il primato va al capoluogo adriatico con oltre 12 mila richieste di risarcimento per tetti e auto crivellati da chicchi di ghiaccio grandi come arance, per un ammontare di 91 milioni di euro. Segue (drammaticamente) a ruota Francavilla al Mare con 62 milioni, che rappresentano la fetta più ampia di un totale di 105 milioni di danni registrati nel Chietino; con numeri a doppia cifra spiccano poi Vasto (oltre 12 milioni) e San Giovanni Teatino (10 milioni). Nella classifica nera dei comuni colpiti dalla grandinata record ritroviamo infine Spoltore (7 milioni) e Montesilvano (con quasi 5 milioni). Ma questo, si diceva già il 6 agosto scorso, è solo il primissimo gradino di una vera e propria scalata della quale non si conoscono né i tempi né la certezza dell’esito.
PREVISIONI SALTATE. I più ottimisti indicavano la fine di agosto come la data probabile del riconoscimento dello stato d’emergenza nazionale. Ma non può più essere così. Il che significa che nessun Comune di quelli colpiti farà in tempo ad allestire i cantieri per riparare le scuole prima dell’inizio dell’anno scolastico. È il caso di Francavilla che sta pagando uno dei prezzi più alti. Il Consiglio regionale ha anche deciso di anticipare 300mila euro per far riparare i tetti delle case popolari bombardati da pietre di ghiaccio. Ma è solo una goccia in un mare di grandine.

