Macellai e farmacisti baluardi di normalità

25 Marzo 2020

Quelli che non hanno smesso di lavorare al servizio della città

PESCARA. «Quando finirà?» È la domanda che angoscia i pescaresi. Ed è sempre la stessa ogni volta che, in fila indiana e composti, si recano dal farmacista, dal panettiere, dal macellaio, alla gastronomia sotto casa per fare le scorte ed evitare di uscire di casa ogni giorno. E nelle farmacie crescono le liste di attesa per le prenotazioni delle mascherine, vergognosamente introvabili in piena emergenza Covid.
Sono gli addetti alle vendite dei settori commerciali autorizzati, questi uomini e queste donne, gli ultimi baluardi di una normalità che l’emergenza coronavirus ha stravolto e cancellato in pochi giorni. E che oggi, dietro quei banconi protetti da lastre di vetro, tecnicamente “parafiato”, per creare una distanza ulteriore (come se un metro, due, quattro non bastassero) fanno «consulenze psicologiche» ai clienti in preda ad un panico che non si placa. Malgrado la curva dei contagi e dei morti stia molto lentamente declinando verso il basso a livello nazionale, ma con segnali di fiducia anche a livello locale. Segno che funziona il coprifuoco imposto dai vertici istituzionali governativi e regionali.
Sono ancora lontani i tempi del ritorno a quella routine quotidiana, talvolta stancante e ripetitiva, che però sono in molti a rimpiangere. Intanto c’è da sopravvivere facendo l’essenziale: spesa e medicine prima di ritapparsi in casa.
Giuseppe Vizioli, consigliere di Federfarma, quattro generazioni di farmacisti sotto i portici di corso Umberto: «I clienti mi fanno sempre la stessa domanda: dottore, quando finirà? Noi cerchiamo di tranquillizzarli, ma non possiamo fare di più. Non abbiamo la sfera di cristallo, non prevediamo il futuro, purtroppo. Intanto in centinaia ci hanno prenotato le mascherine». Ci tiene, Vizioli, a rassicurare che «le farmacie non chiudono, la nostra è aperta dalle 8,30 alle 20, anche di domenica. Sono un punto di riferimento della comunità, fari nella tempesta in un vuoto desolante. Assistiamo i cittadini come fossimo psicologi», assicura il farmacista, «la gente è spaventata e angosciata, la paura c’è non si può minimizzare, anche se troppo alimentata dalle cattive informazioni sui social».
Ed è talmente tanta la paura che «sta prendendo piede la cultura del sospetto», è l’opinione di Massimiliano Mambella, titolare della panetteria Doppiozero da 10 anni in via Regina Margherita, «la gente ha timore anche di mettere le mani sulla maniglia della porta per il timore di essere contagiata». «Forse stiamo esagerando», è il commento del panettiere, «anche se fare la spesa, fare la fila per comprare il pane che rappresenta la cultura del territorio ma che si vende sempre meno, stanno diventando una giustificazione per uscire di casa e prendere aria. Quando tutto questo finirà, saremo profondamente cambiati. Credo che ci sarà un ulteriore distanziamento tra le persone, non penso che tutto tornerà come prima. Mi spaventa il futuro, le piccole attività che non ce la faranno a superare questo momento, le bollette che non si potranno pagare, la difficoltà a fare la spesa di chi, ora, non può lavorare. Anch’io potrei chiudere se la gente non avrà più soldi per comprare il pane». Mambella ritiene che «le file educate che vediamo sono in realtà frutto del terrore. Stiamo lontani l’uno dall’altro, protetti da guanti e mascherine, perché temiamo chi ci è vicino. Non ho mai visto tanta gente spaventata».
Claudio Minicucci, titolare della storica (1965) gastronomia Alla Chitarra antica di via Sulmona, diverte i clienti con la sua «mazza distanziatrice» un bastone di legno «firmato dal regista William Zola» che viene consegnato ai clienti per tenersi a debita distanza. Istrionico, burlone, Minicucci, che aiuta i suoi clienti più anziani portando loro a casa anche le medicine, esorcizza così la paura dei pescaresi «turbati, angosciati, perché non sanno, e vogliono sapere da noi, quando finirà l’emergenza. Noi negozianti rimasti in trincea siamo la loro valvola di sfogo» e tra una lasagna e l’altra, la benedizione di don Paolo del Sacro Cuore, «cerchiamo di essere un po’ psicologi in grado di intercettare le paure di gente atterrita a cui suggeriamo di vivere alla giornata, senza farsi prendere dal panico e rispettando le regole imposte dal governo. Siamo abituati a programmare il futuro, non siamo abituati ad affrontare le incognite generate dal virus». La pillola di saggezza che arriva dal signore della gastronomia in centro è dunque «vogliamoci bene e rispettiamoci, sperando nella fortuna» di non essere beccati dal virus.
Gino Zaffiri, 67 anni, gestisce la macelleria Sapori del Borgo di via De Amicis da mezzo secolo: «Sul bancone, che purtroppo non possiamo schermare, non mancano mai disinfettanti e guanti a disposizione della clientela, di più anziana. Un servizio che diamo con piacere. Così come le consegne delle ordinazioni a domicilio lasciando la spesa sulla porta o accanto agli ascensori. Nel negozio si entra uno alla volta e fuori, in fila, si esorcizza la paura parlando del coronavirus». Per diminuire il timore dei contagi, il macellaio propone «l’apertura di attività come la nostra a giorni alterni, tanto la carne non si mangia tutti i giorni». Attualmente la macelleria è aperta dalle 7,30 alle 15,30 «poi vado a casa», rivela Zaffiri, «perché anch’io ho bisogno di tutelare la mia salute». E lancia un appello «sono un donatore di sangue, se posso vorrei dare una mano».