Malvestuto: bisogna sventolare il tricolore e festeggiare tutti

25 Aprile 2017

A Sulmona l’ultimo ufficiale della Brigata Maiella «La memoria è importante e non va persa per i giovani»

SULMONA. «Il 25 aprile del 1945 ero a Bologna, dove arrivai all’alba di quattro giorni prima, alla testa del reparto Mitraglieri di Recanati».

Il ricordo di quei giorni gloriosi è scolpito nella mente e nel cuore di Gilberto Malvestuto, l’ultimo ufficiale in vita della Brigata Maiella, l'unica con medaglia d'oro e tra le pochissime formazioni partigiane aggregate all'esercito alleato dopo la liberazione dei territori d'origine.

Malvestuto, che il 17 aprile ha compiuto 96 anni, resta uno dei pochi custodi della memoria della gloriosa compagine partigiana. Entrando nel suo appartamento alla zona Peep di Sulmona, tutto parla della Liberazione e di quel periodo: le fotografie in divisa e le onorificenze ricevute nel corso degli anni. Dalle firme autografe dei prigionieri inglesi dell’ex campo di prigionia 78 alla Badia, incorniciate all’ingresso, alla dedica con foto del maresciallo Ettore Troilo, comandante della Brigata Maiella e prefetto di Milano dopo la Liberazione, passando per le medaglie e gli encomi militari e civili. Attraversato l’ingresso e respirato tutto il peso di quella pagina di storia italiana in cui il centro Abruzzo ha avuto un ruolo determinante, si fa un balzo nella vita odierna. La poltrona elettrica per sedersi, il bastone, la badante che lo aiuta e il telefono che squilla per chiedere interviste e appuntamenti al partigiano alla viglia del 25 aprile.

Oggi Malvestuto è nonno di cinque nipoti, avuti dai suoi tre figli ed è bis nonno del piccolo Domenico, che il 27 aprile compirà due anni. Lo stesso giorno dell’anniversario del decennale della scomparsa della moglie, Leda Comitis. Il 25 e il 27 aprile, dunque, restano giorni importanti per Malvestuto, sia dal punto di vista pubblico che privato.

«Bisogna festeggiare a tutti i costi», spiega Malvestuto con una grazia di altri tempi, «si devono aprire le finestre, come cantava Modugno, sventolare il tricolore e ricordarsi quanto è stato fatto per liberare il nostro Paese. La memoria è importante e non va persa. Quello che mi spiace è che i giovani non sentono vicini certi valori e ideali, perché siamo in un’altra epoca storica e forse è normale. Anche se noi dobbiamo fare il possibile per tramandarglieli».

E dalla sala di casa sua, fra le foto dei partigiani e dei commilitoni della Brigata Maiella, le polemiche sulle defezioni alla cerimonia di oggi a Roma sembrano perdere di significato, annullarsi di senso.

«E’ un errore non festeggiare », dice con occhi vispi e lucidi, «bisogna celebrare il giorno che segna il passaggio dalla dittatura alla democrazia. Le critiche non le capisco».

A 22 anni Malvestuto si arruola militare e lascia il posto sicuro da capo stazione a Sulmona, cinque anni dopo entra nella Brigata Maiella.

«Dopo il fascismo avrei potuto farne a meno della carriera militare, ma ero una testa calda e il primo di sette figli», racconta, «ed ero spinto dalla voglia di democrazia».

Oggi, per motivi di salute, Gilberto Malvestuto non sarà in piazza Tresca. «I nomi dei caduti però li ricordo tutti», dice, «come il giovane Oscar Fuà morto fra le mie braccia. E quando ho stretto la mano al presidente della Repubblica Sergio Mattarella gli ho ricordato che loro sono morti anche per la sua libertà».

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