Malvestuto, i 97 anni del patriota abruzzese

Intervista a uno dei reduci della Brigata: «Ho fatto solo il mio dovere. Invito tutti a fare lo stesso»
SULMONA . Fra quattro giorni compirà 97 anni, ma il ricordo di quei giorni gloriosi resta vivo nel cuore e nella mente di Gilberto Malvestuto.
Lui è l’ultimo ufficiale in vita della Brigata Majella, l’unica con medaglia d’oro e tra le pochissime formazioni partigiane aggregate all’esercito alleato dopo la liberazione dei territori d’origine.
Per l’intervista ci aspetta nell’ingresso della casa di riposo di via Mazara, assieme alla figlia, e mi accoglie col garbo e la gentilezza che da sempre lo contraddistinguono. Nei mesi scorsi una frattura al bacino lo ha costretto su una sedia a rotelle, ma la mente resta viva e lucida come sempre.
Quali sono le sensazioni e le emozioni che le evoca la liberazione di Bologna?
«Il 25 aprile del 1945 ero a Bologna, qui una folla in delirio ci accolse come fossimo degli eroi. Ricordo in particolare una ragazza, mi venne incontro correndo e mi abbracciò e mi disse “grazie”. Mi sembra ancora di sentire il battito del suo cuore, così come ricordo benissimo i fiori che le persone ci buttavano dalle finestre, insieme ai bigliettini di ringraziamento».
Lei oggi è nonno di cinque nipoti, avuti dai suoi tre figli ed è bis nonno del piccolo Domenico, che il 27 aprile compirà tre anni. Lo stesso giorno dell’anniversario degli 11 anni della scomparsa di sua moglie, Leda Comitis. Il 17 aprile sarà il suo compleanno.
«Io ho amato come non mai mia moglie (racconta mentre si commuove e fa commuovere, ndc). Quando arrivai a Bologna avevo appena 22 anni ed eravamo fidanzati. Ci scrivevamo delle lunghe lettere e il pensiero correva sempre ai miei cari. Anche nei momenti più difficili».
Come quando le portarono due giovani tedeschi da giustiziare?
«Lo ricordo come fosse ora, soprattutto non dimenticherò mai quegli occhi blu pieni di terrore di uno di loro, che avrà avuto al massimo 15 anni, tremava come una foglia perché credeva che lo avremmo fucilato. Non l’ho fatto, li ho liberati e mi sarebbe piaciuto moltissimo rincontrarli. Indossare un mitra pesa e non mi è mai piaciuto, io l’ho fatto solo per guadagnare la libertà che spetta ad ogni uomo».
Che valore ha oggi il 25 aprile?
«È fondamentale perché grazie a quello che è stato fatto noi siamo oggi uomini liberi. Un chicco di grano che si butta sul terreno fa nascere il seme della libertà. La memoria è importante e non va persa. Per questo bisogna inculcare certi valori ai giovani, tramite le letture e i filmati dell’epoca. Anche voi, attraverso il vostro giornale, contribuite alla libertà e alla pace. Quello che mi spiace è che i giovani non sentono vicini certi valori e ideali, perché siamo in un’altra epoca storica e forse è normale. Anche se noi dobbiamo fare il possibile per tramandarglieli».
Con la guerra in Siria e le tensioni internazionali che si stanno scatenando ha ancora senso parlare di pace?
«La pace si costruisce giorno per giorno. Basta amare la propria famiglia per costruire la pace. Spesso si crede che si tratti di una cosa complessa, che chiama in causa solo politiche internazionali. In realtà, ognuno di noi può contribuire alla pace».
Lei racconta questi episodi che hanno fatto la storia del nostro Paese e che hanno visto il Centro Abruzzo avere un ruolo determinante con grande normalità. Come se non sapesse di essere una leggenda vivente...
« Io ho fatto solo il mio dovere e invito tutti a farlo, perché ognuno deve avere il suo ruolo attivo nella società e perché la cultura e la divulgazione degli ideali di pace e libertà devono essere capisaldi dell’educazione di ognuno di noi».
A 22 anni si arruola militare e lascia il posto sicuro da capo stazione a Sulmona, cinque anni dopo entra nella Brigata Maiella. Rifarebbe quello che ha fatto?
«Certo, senza alcun dubbio. Ora tocca ai giovani fare la loro parte e far sì che i tanti sacrifici e le tante vite perse vengano onorate. Io ero alla guida del reparto Mitraglieri di Recanati e una cinquantina erano i sulmonesi come me».
La commozione prende il sopravvento, ma l’ultimo ufficiale della Brigata Majella ci saluta intonando “Bella ciao”, mentre la badante lo riaccompagna in camera e la figlia gli ricorda la festa che la famiglia ha organizzato per il 97° compleanno dell’eroe sulmonese si avvicina.

