Mamma morta in ospedale In aula parlano i testimoni

PESCARA. «Sono passati quasi cinque anni dalla scomparsa di Veronica e per me è una doppia sofferenza, a livello umano e come mamma. Ma non mollerò mai perché la verità sulla morte di mia figlia deve...
PESCARA. «Sono passati quasi cinque anni dalla scomparsa di Veronica e per me è una doppia sofferenza, a livello umano e come mamma. Ma non mollerò mai perché la verità sulla morte di mia figlia deve emergere, ed è quella che ho vissuto io e non quella che si vuole far credere in queste aule». Monica Rapagnetta ieri ha assistito come sempre all’udienza davanti al giudice Nicola Colantonio, chiamato a giudicare tre medici dell’ospedale civile di Pescara imputati nel processo per omicidio colposo: Giulio Colella, Annamaria Pace e Antonio D’Incecco, che seguirono le fasi del ricovero della paziente, madre di due figli, morta a 33 anni in ospedale. Ieri, fra i testi è stato sentito anche il dottor Alberto Albani, ex primario del Pronto soccorso: testimonianza ritenuta molto importante dalla parte civile rappresentata dagli avvocati Anthony Aliano e Maura Morretti: «Albani», afferma Aliano, «ha affermato che non furono eseguiti i protocolli: per quella sospetta encefalite, diagnosticata e verbalizzata, come in atti, andava eseguito un esame specifico. E oggi, in udienza, questo dato è emerso con chiarezza». Per l’avvocato Gianluigi Tucci, che assiste il dottor D’Incecco, per avere un quadro più preciso bisogna attendere la testimonianza del loro consulente: «Siamo certamente di fronte ad una vicenda tristissima», ha detto Tucci, «ma le cose vanno inquadrate in modo corretto, esaminando linee guida e protocolli. Aspettiamo che il nostro consulente, il dottor Ildo Polidoro, riferisca in aula sulla sua relazione».
Veronica entrò in Pronto soccorso il 1° aprile del 2019 con sintomi precisi: forti mal di testa, vomito, febbre alta, stato confusionale e altro ancora. Un malore che fu però scambiato per un problema psichico, tanto che la paziente venne ricoverata in psichiatria. Passò una notte in ospedale, poi venne dimessa. Il giorno successivo Veronica si aggravò e il 3 aprile un nuovo ricovero con la consulenza di un infettivologo (Colella) che escluse «qualsiasi problematica di carattere infettivologico e di infezioni acute da snc», da qui il dirottamento al reparto psichiatrico e il coinvolgimento dei due medici dello stesso reparto, Pace e D’Incecco.
Un caso che arrivò fino all’Agenzia nazionale per i servizi sanitari che spedì a Pescara una task force per fare luce su quel decesso. Secondo l’accusa, gli imputati non avrebbero «rivalutato il sospetto diagnostico anche attraverso la tempestiva richiesta di nuova consulenza infettivologica e la tempestiva richiesta ed esecuzione di esami laboratoristici e accertamenti strumentali». Veronica morì per «ipertensione endocranica maligna secondaria ed encefalite erpetica complicata da arresto cardiocircolatorio»: un edema cerebrale massivo provocato da una encefalite derivante da herpes. Per la famiglia, esami tempestivi l’avrebbero potuta salvare. Rinvio al 31 maggio. (m. cir.)

