Manganelli e l’Abruzzo un lungo amore tradotto in parole

Ne “La favola pitagorica” lo scrittore racconta la regione nel diario di viaggio di Coscetta i retroscena di quel feeling
di Giorgio D’Orazio
Giorgio Manganelli – un genio della letteratura italiana che sta vivendo di recente una nuova attenzione critica ed editoriale – tra le tante cose che conservava negli occhi menzionava anche l'Abruzzo. «Mio padre aveva due sogni, portarmi a visitare l’Abruzzo e rivedere con me l’Isola delle Fate», ricorda Lietta, figlia dello scrittore. «Ad ogni incontro ci si diceva: Quest’estate andiamo in Abruzzo. Che poi diventava questa primavera, il prossimo autunno, e in Abruzzo non andammo mai. Ma l’amore del Manga per l’Abruzzo era indubbio, forse perché è una regione che gli assomigliava tanto».
Oggi a raccontare di questo rapporto ci sono ben due libri. "La favola pitagorica", volumetto postumo che raccoglie una serie di «luoghi italiani» descritti da Manganelli tra il 1971 e il 1989, pubblicato da Adelphi per la prima volta nel 2005, con un'ampia parte dedicata all'Abruzzo, e il libro-diario “Viaggio in Abruzzo con Giorgio Manganelli” (Solfanelli, 2012) di Pino Coscetta, che accompagnò lo scrittore in Abruzzo nella primavera del 1987, racconto dei retroscena del reportage edito successivamente nella "Favola". «Avremmo passato tre mesi insieme tra un viaggio e l’altro» scrive Coscetta che assieme a Renato Minore e Vittorio Emiliani organizzò l’operazione “L’Abruzzo di Manganelli” «“compitando il compito” – come diceva lui – di un’estemporanea scoperta dell’Abruzzo che io, giornalista, avrei dovuto proporre e lui, scrittore, produrre per le pagine della Cultura del Messaggero». Pescina, Pescasseroli, Cocullo, Pescara, Atri, Lanciano, L’Aquila, Popoli sono solo alcune delle località, protagoniste o comparse, delle escursioni abruzzesi di Manganelli, che scriverà nove articoli con titoli eloquenti come "La piana stellare", "Il rito dei serpenti", "Il tempio del Parco" o "Pescara non ha rughe", presentando un'interpretazione nuova e poetica delle bellezze e dell'anima di questo territorio.Scrive ad esempio Manganelli: «Vorrei cogliere una qualità che continuamente viene incontro al viaggiatore in Abruzzo; ed è il senso della coerenza temporale, la durezza, come pietra, del tempo antico, il luogo che non muta più». Oppure: «L’Abruzzo tende ad essere una gigantesca scena, e paesi, pievi, torri, sono personaggi e immagini che invadono, percorrono, illustrano questa scena». O ancora: «Qui l’arte, l’architettura ha ai miei occhi una qualità intensamente simbolica». «Mio padre conosceva già l’Abruzzo prima di intraprendere il viaggio con Coscetta», racconta Lietta Manganelli, «inizialmente durante scorrerie postbelliche con un amico quando, a bordo della sua mitica lambretta “Bakunina”, partiva da Milano e si immergeva nella natura rude e selvaggia dell’Abruzzo. Poi» prosegue. «con l’amico di sempre, Giovanni Terranova, suo capitano militare, con cui girò l’Abruzzo in lungo e in largo». Ed è proprio Terranova ad aver lasciato un ricordo inedito di Manganelli nella regione: «Un pomeriggio ci inerpicammo sino a Loreto Aprutino. Dimorava colà in antico maniero il barone Giacomo Acerbo. Ci qualificammo come giornalisti e fummo introdotti in un piccolo salotto con poltroncine in rosso, consolle, pesanti tendaggi: buon vecchio '800. Di lì a poco ci raggiunse il barone, persona austera, ma amabile e cortese. Chiese notizie sulla nostra attività, offrì biscottini e marsala, per poi accompagnarci a vedere la raccolta di ceramiche, davvero notevole, che poi era lo scopo della nostra visita».
Manganelli frequentò la regione anche grazie a Viola Papetti, allora docente all'università dell'Aquila e oggi autrice del bel libro "Gli straccali di Manganelli" (Sedizioni, 2012), in cui racconta: «In un fastoso hotel abruzzese inutilmente Manganelli cercò di ordinare la cena nominando con precisione i piatti e i vini locali. Un primo cameriere chiamò in soccorso un secondo, questi il direttore di sala. Che stipulò la resa a nome di tutti e tre e dichiarò l'incapacità a procedere con la cena». Di certo non si trattava di quel «mangiare colto e non privo di qualche garanzia metafisica» di cui lo stesso Manganelli scrisse a proposito del «cibo d'Abruzzo».
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