Marcattilii è tornato a casa

Tortoreto, l’abbraccio del teramano del calcio dopo l’inferno vissuto a Kiev
Fuori dall’inferno, finalmente a casa. Dopo una disperata fuga da Kiev cominciata domenica pomeriggio e un viaggio lungo oltre duemilachilometri attraverso l’Europa. Ieri sera il preparatore atletico teramano Marco Marcattilii ha potuto finalmente riabbracciare la sua famiglia a Tortoreto. Ci è riuscito grazie all’intercessione dei vertici europei del calcio e l’esercito ucraino, che ha scortato lui e tutto lo staff italiano del club di calcio dello Shakhtar Donetsk guidato dall’allenatore Roberto De Zerbi, fino al confine ungherese. In pieno coprifuoco e con la paura di attacchi delle milizie filo-russe. «Sono emozionato e felice di essere finalmente a casa e di poter riabbracciare i miei cari», ha detto appena arrivato a Tortoreto e prima di incontrare la moglie e i figli che lo aspettavano, «ma sono anche rammaricato per tutte le persone che ho lasciato lì e per quello che stanno vivendo».
LA GUERRA
«Ho avuto davvero paura, in una maniera che non avevo mai provato e che nessuno dovrebbe mai provare», ha detto, parlando dell’evolversi della guerra, del suono delle sirene dell’antiaerea e dell’eco delle bombe, della fuga sempre più difficile, ma anche «degli ucraini con lo sguardo vuoto di chi non sa dove andare. E di quelli, come il magazziniere della squadra, che invece hanno deciso di imbracciare il fucile. L’Ucraina sta vivendo una situazione drammatica. Una guerra ingiustificabile».
IN TRAPPOLA
Nell’hotel Opera di Kiev, lo staff dello Shakhtar era al riparo dalle bombe e protetto da una guardia armata ingaggiata dal club in caso i russi fossero entrati in città. Ma era anche in trappola.
«Sono stati momenti davvero difficili quelli che abbiamo vissuto nell’hotel», ha raccontato Marcattilii, «avevamo preparato diverse vie di fuga dalla città, ma tutte continuavano a saltare. La stessa ambasciata non riusciva a trovare un modo per farci uscire e tornare in Italia. Del resto aveva – e ha ancora – migliaia di persone per cui lavorare. La paura è stata tanta». Poi il presidente della Federcalcio Gabriele Gravina ha chiesto aiuto alla Uefa e al suo vertice Aleksander Ceferin «che ci ha aiutato negli spostamenti», ha spiegato Marcattilii.
LA FUGA
«Quella di domenica era l’ultima spiaggia», ha aggiunto. Le autorità erano riuscite a trovare posto per il gruppo su un treno diretto alla città ucraina più vicina all’Ungheria. Marcattilii e compagni sono partiti di pomeriggio, scortati dall’esercito e in pieno coprifuoco «con la paura che qualcuno ci sparasse addosso». Poi, dopo 10 ore sulle rotaie, il viaggio in pullman verso il confine, di nuovo con la scorta armata.
Alle 6 di ieri mattina l’ingresso in Ungheria, che vuol dire Unione Europea e salvezza. Da lì il trasferimento fino a Budapest e l’aereo per Milano.
Appena ha toccato il suolo italiano, tutto lo staff guidato da De Zerbi ha lanciato il suo messaggio pubblico tramite i social: «Non saremo davvero felici fino a quando i nostri amici ucraini, il grande popolo orgoglioso ucraino, non sarà libero come noi. Stop alla guerra subito».

