Mare-Monti, è scontro sul grande accusatore

21 Ottobre 2016

Nel 2009 un teste rivelò irregolarità ma ora sta male: la deposizione è a rischio Tutti gli imputati (tranne D’Alfonso) chiedono la prescrizione, ma il giudice dice no

PESCARA. L’hanno chiesta tutti, tranne uno: ieri, al processo sulla Mare-Monti di Penne, 10 imputati su 11 hanno chiesto al giudice Rossana Villani di dichiarare la prescrizione dei reati a loro carico. L’unico a non chiederla è stato Luciano D’Alfonso, il presidente Pd della Regione che, nel procedimento sulla strada fantasma, è accusato di truffa e falso. D’Alfonso è stato un veggente: in un quarto d’ora, il giudice ha deciso che il processo sulla strada fantasma, cominciata nel 2008 e bloccata 4 mesi dopo per l’invasione dell’area protetta della riserva naturale del lago di Penne, deve essere celebrato fino alla fine. Le richieste sono state bocciate: la prescrizione sarà dichiarata ma non adesso. Perché i presunti illeciti amministrativi contestati dalla procura non si cancellano e ci sono ancora 4 milioni di euro sotto sequestro: nel 2010 alla Toto Costruzione spa di Chieti furono sequestrati 2 milioni di euro, all’ingegnere romano Carlo Strassil (all’epoca arrestato e ieri unico imputato presente) un milione di euro, 170 mila alla società Archingroup riconducibile allo stesso Strassil e 200 mila alla società R&L del figlio.

Poi, è cominciata la sfilata dei testimoni dell’accusa. Ma l’unico scontro della prima vera udienza della Mare-Monti è arrivato all’ultimo minuto prima della sospensione quando, programmando le prossime udienze, si è parlato del grande accusatore dell’indagine, il geometra di Penne Giuseppe Cantagallo, primo autore del progetto della Mare-Monti nel 1998: 7 anni fa fu proprio Cantagallo, in una lunga deposizione, a parlare di presunte irregolarità dell’appalto e di presunte pressioni di D’Alfonso. Ma Cantagallo, per gravi motivi di salute, non potrà più ripeterlo in aula: «Si può acquisire la sua deposizione», ha proposto il giudice. Ma la difesa dei Toto ha alzato un muro: «No, di questo se ne discuterà in seguito», ha detto l’avvocato Augusto La Morgia. Acquisire la deposizione di Cantagallo senza la possibilità di un controesame sarebbe come dare un punto di vantaggio all’accusa e negare il diritto alla difesa degli imputati. L’alternativa sarebbe raccogliere la testimonianza a domicilio ma, per il pm Gennaro Varone, viste le condizioni di salute di Cantagallo, potrebbe essere inutile. Messa così, l’accusa potrebbe ritrovarsi senza un testimone chiave: dal 2009, anno della dichiarazione, a oggi, niente è stato fatto per blindare la versione di Cantagallo e nessuno ha pensato a un eventuale incidente probatorio.

La seduta si è aperta con la testimonianza di Claudio Giancaterino, geometra della riserva di Penne: «Il tracciato della strada era all’interno della riserva per circa mille metri», ha detto. Poi, ha parlato Fernando Di Fabrizio, direttore della riserva e autore dell’esposto che ha fatto partire l’indagine: «Tra l’autunno 2007 e l’inverno 2008 notammo le ruspe nella riserva. Andammo a controllare le mappe all’ufficio Parchi della Regione all’Aquila e si scoprì l’invasione». Poi, ha aggiunto: «Anche i funzionari della Regione rimasero sbalorditi». A confermare l’invasione è stato anche Antonio Mergiotti, dell’ufficio tecnico comunale di Penne.

Poi, è toccato a Michele Brunozzi, assistente capo della forestale, l’investigatore che ha seguito le indagini: Brunozzi ha ripercorso la genesi dell’appalto – convenzione tra Provincia e Anas nel 1998, gara d’appalto nel 2000, perizia di variante nel 2004, partenza dei lavori nel 2008 – e ha sostenuto che a redigere i progetti per la strada sarebbe stata «la Toto al posto dei funzionari pubblici»: «I documenti della Toto sono stati sequestrati nei computer dei pubblici ufficiali».

Il dibattimento sulla grande opera da 22 milioni seguirà un ritmo da processo di serie B: prossima udienza il 24 aprile 2017.

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