Marsilio: «Così lo spopolamento si argina»

Più collegamenti e opportunità di lavoro per invertire il calo demografico che danneggia l’economia
L’AQUILA. «Portare lavoro e garantire la realizzazione di infrastrutture anche nelle aree più svantaggiate sono i due elementi fondamentali per contrastare lo spopolamento in atto in regioni come l’Abruzzo». Lo ha dichiarato il presidente rieletto, Marco Marsilio, intervenendo due giorni fa durante la conferenza "Per un'Europa giovane: transizione demografica, ambiente, futuro", promossa dal Ministero per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità e organizzata dalla Global Thinking Foundation.
Marsilio ha messo in guardia avvertendo che: «Se non rivediamo le attuali politiche demografiche, l'Abruzzo potrebbe subire una riduzione della popolazione tra il 25% e il 33% nei prossimi cinquant’anni».
E approfittando della presenza di numerosi ministri e del premier Giorgia Meloni, il governatore abruzzese ha sottolineato «l'importanza di basare le decisioni politiche sugli investimenti non solo su analisi di costi-benefici, ma anche considerando il rinnovamento sociale e culturale che queste possono generare per un'Italia e un'Europa più equilibrate». Confermano le sue previsioni sullo spopolamento e gli effetti che quest’ultimo ha sul tessuto economico lo studio diffuso ieri dalla Cgia Mestre basato sui dati Istat.
MENO TRE MILIONI.
«Entro i prossimi 10 anni la platea delle persone in età lavorativa (15-64 anni) presente in Italia è destinata a diminuire di 3 milioni di unità (-8,1 per cento)», dice la Cgia. «Se all’inizio del 2024 questa coorte demografica include poco meno di 37,5 milioni di unità, nel 2034 la stessa è destinata a scendere rovinosamente, arrestandosi a poco meno di 34,5 milioni di persone. Le ragioni di questo crollo vanno ricercate nel progressivo invecchiamento della popolazione: con sempre meno giovani e con tanti baby boomer destinati a uscire dal mercato del lavoro per raggiunti limiti di età, molti territori subiranno un autentico “spopolamento”, anche di potenziali lavoratori, soprattutto nel Mezzogiorno».
Tra le 107 province d’Italia monitorate, solo quella di Prato registrerà in questi 10 anni una variazione assoluta positiva (+ 1.269 unità pari al +0,75 per cento). Tutte le altre 106, invece, presenteranno un saldo anticipato dal segno meno.
IN ABRUZZO.
Le previsioni del calo demografico della popolazione in età lavorativa di Cgia Mestre vedono l’Abruzzo al 9° posto su venti regioni con 794.378 lavoratori attuali e 713.970 stimati a gennaio del 2034 pari a meno 80.408 unità (- 10,12%). A livello locale 37esima su 107 troviamo la provincia dell’Aquila che da 178.318 lavoratori nel 2024 scenderà a 158.907 nel 2034, cioè meno 19.411 (-10,89%).
A seguire: 39esima Teramo da 188.837 a 168.945 pari a meno 19.892 (-10,53%); 45esima Chieti, da 230.164 a 206.413 (meno 23.751 cioè -10,32%) e infine 52esima Pescara (da 197.059 a 179.705, meno 17.354 ovvero - 8,81%)
IL SUD è più COLPITO.
Lo scenario più critico interesserà la Basilicata che entro il prossimo decennio subirà una riduzione di lavoratori del 14,6 per cento (-49.466 persone). Seguono la Sardegna con il -14,2 per cento (-110.999), la Sicilia con il -12,8 per cento (-392.873), la Calabria con il -12,7 per cento (-147.979) e il Molise con il -12,7 per cento (-22.980). Per contro, le regioni meno interessate dal fenomeno saranno la Lombardia con il -3,4 per cento (-218.678), il Trentino Alto Adige con il -3,1 per cento (-21.368) e, infine, l’Emilia Romagna con il -2,6 per cento (-71.665).
MICRO E PICCOLE IMPRESE.
Già oggi molte imprese, anche del Sud, denunciano la difficoltà di trovare personale preparato da inserire nel proprio organico. Nonostante ciò, il Mezzogiorno potrebbe avere meno problemi del Centronord. A differenza di quest’ultimo, infatti, il primo, avendo tassi di disoccupazione e di inattività molto elevati, potrebbe colmare, almeno in parte, i vuoti occupazionali che interesseranno soprattutto il settore agroalimentare e quello ricettivo (hotel, ristoranti e caffetteria). «È altresì evidente», continua la Cgia, «che tante imprese, soprattutto di piccola dimensione, saranno costrette a ridimensionare gli organici perché impossibilitate ad assumere. Per le medie e grandi imprese, invece, il problema dovrebbe essere più contenuto. Con la possibilità di offrire stipendi più elevati della media, orari ridotti, benefit e importanti pacchetti di welfare aziendale, i pochi giovani presenti nel mercato del lavoro non avranno esitazioni nello scegliere le grandi anziché le piccole e micro imprese che, questi benefici, non possono erogarli». (l.c.)

