Masci: così Pescara costruì la rinascita dopo la distruzione

31 Agosto 2020

Il sindaco ricorda il sanguinoso attacco aereo alleato  Oggi alle 18 la commemorazione delle vittime di 77 anni fa

Il Comune di Pescara ricorda oggi i bombardamenti che 77 anni fa cancellarono oltre duemila vite in città. Per commemorare le vittime del 31 agosto 1943, si terrà oggi alle 18 una cerimonia a Largo Chiola, di fronte al municipio. Di seguito, pubblichiamo l’intervento del sindaco Carlo Masci sulla tragedia che devastò Pescara.

Pochi pescaresi avevano saputo cogliere il preoccupante segnale d’allarme arrivato col bombardamento di Sulmona del 27 agosto 1943. Il sanguinoso attacco aereo alleato sul capoluogo peligno aveva spezzato il collegamento ferroviario lungo l’asse Ovest-Est da Roma a Pescara. Chi aveva interpretato gli eventi aveva subito compreso che poi sarebbe stata la volta dell’asse Nord-Sud, che aveva proprio nella città dannunziana il nodo focale.
Era stato difficile vincere le resistenze delle famiglie ad abbandonare le proprie case e a staccarsi dal rito delle giornate al mare che neppure i venti sempre più minacciosi della guerra mondiale erano riusciti a intaccare. In quella fine di agosto del 1943, tutta la drammaticità del conflitto sarebbe infatti entrata di prepotenza nelle case dei pescaresi che non avevano avuto la lungimiranza di cercare riparo in periferia, nei paesi limitrofi, in campagna.
L’ABITUDINE AGLI ALLARMI Non era mai accaduto niente, nonostante i continui allarmi aerei ai quali si era fatta persino l’abitudine. Tutti sapevano che Pescara era una città totalmente indifesa: i velivoli dell’aeroporto erano da addestramento, la contraerea inesistente, nessuna batteria costiera. E purtroppo quasi nessuno aveva colto che una città apparentemente marginale all’improvviso aveva assunto una straordinaria importanza strategica, perché colpirla significava recidere il flusso dei rifornimenti all’esercito italo-tedesco impegnato a contrastare gli Alleati sbarcati a luglio in Sicilia.
Ma adesso i piani strategici della guerra aerea prevedono da un lato l’obiettivo militare di impedire invio e arrivo di viveri, armi e munizioni a Sud, dall’altro quello politico di costringere subito Badoglio a chiudere la partita della resa (le trattative segrete di armistizio sono già in corso) estromettendo l’Italia dal conflitto.
GLI OBIETTIVI DA COLPIRE I pescaresi non sanno che Pescara è entrata nel mirino dell’aeronautica americana già ad aprile, tre mesi prima della caduta del fascismo e la destituzione di Mussolini, quando i ricognitori hanno scattato decine e decine di fotografie delle strutture e dell’abitato, per consentire di studiare gli obiettivi da bombardare: il primo in ordine di importanza è la stazione ferroviaria. Pescara è cresciuta e si è sviluppata attorno alla ferrovia, che ora diventa la sua condanna.
Il 31 agosto 150 Fortezze volanti B-17 sganciano 408 tonnellate di ordigni sugli snodi ferroviari e sull’aeroporto di Pisa, uccidendo oltre 800 civili; spetta invece ai B-24 Liberator occuparsi di Pescara. Quando sul mare Adriatico si materializzano le sagome dei quadrimotori partiti dalle basi libiche, i ragazzi in spiaggia e i bagnanti guardano il cielo con curiosità. Altrettanto accade nelle case, dove la famiglie sono riunite attorno alla tavola perché è l’ora di pranzo. Non c’è tempo di cercare un riparo e non c’è un solo rifugio antiaereo: quelli indicati con la vernice sulle mura di alcune case sono inutili seminterrati.
QUARTO D’ORA D’INFERNO Nell’arco di un quarto d’ora si scatena l’inferno. Per gli aviatori americani si tratta di una missione facile facile: hanno tutto il tempo di inquadrare e sganciare con calma gli ordigni ma la millantata precisione dei puntatori Norden è una vanteria della propaganda, com’è un’illusione morale il bombardamento mirato, chirurgico, perché le pance dei Liberator vengono spalancate come da manuale poco prima del bersaglio fino a poco dopo, e questo significa che tutto quello che sorge nel raggio di 500 metri dall’obiettivo difficilmente scampa alla devastazione. Ancora oggi non conosciamo il numero delle vittime e non lo sapremo mai. Abbiamo però il racconto di coloro che scavarono a mani nude tra le macerie, tirarono fuori cadaveri abbracciati nel terrore della morte, cercarono di ricomporre i corpi straziati dalle esplosioni, ascoltarono impotenti le voci dei sepolti vivi sotto le case crollate.
IL CASSONE CARICO DI MORTI Una ricostruzione drammatica è contenuta nel libro di Antonio Bertillo e Giampietro Pittarello «Il martirio di una città». Evandro Femminella, anni addietro, ricordò che un carretto della ditta Renzi trainato da un cavallo, lasciava dietro di sé un’agghiacciante scia di sangue che colava dal cassone carico di morti. Oggi, a 77 anni da quel giorno di dolore, abbiamo il dovere morale di commemorare i nostri concittadini caduti, scomparsi, mutilati, e di preservare la memoria della tragedia, non permettendo che si affievolisca neppure la consapevolezza degli orrori della guerra in cui il nostro Paese venne precipitato dalla dittatura fascista e da una classe dirigente irresponsabile. Nel 1942, secondo il Rapporto al Duce pubblicato da Renzo De Felice nella sua monumentale opera sul Ventennio, Pescara era la provincia in cui si erano verificati meno fenomeni di antifascismo.
LA MORTE DAL CIELO Il 25 luglio, con la defenestrazione di Mussolini, c’erano state manifestazioni di gioia e di protesta in strada, perché si riteneva che la fine della dittatura significasse la fine della guerra combattuta dalla parte sbagliata e malamente perduta, erano circolati volantini clandestini, c’erano stati arresti ma il rilascio era avvenuto quasi subito.
La pace non era arrivata, e il 31 agosto era invece arrivata la morte dal cielo. I 44 Liberator partiti dalla Libia avevano dato ragione all’allarme risuonato quella mattina, sganciando 85 tonnellate di ordigni in un bombardamento di saturazione che si risolse in una mattanza di civili. Il prefetto e il podestà minimizzeranno l’accaduto in maniera invereconda, telegrafando di appena 40 morti, quando invece le vittime furono non meno di duemila.
PALAZZI POLVERIZZATI Tutto il sistema istituzionale crollò quel giorno come erano crollati e polverizzati palazzi e abitazioni di Pescara. Dalle autorità non erano arrivati né risposte alle disperate richieste di soccorsi né l’esempio. Una settimana dopo verrà proclamato l’armistizio e l’intero Stato imploderà, preludio al secondo martirio di Pescara, il 14 settembre, col bombardamento della stazione, il mitragliamento indiscriminato dei civili e un’ulteriore distruzione che provocherà lo sfollamento della popolazione e l’appellativo di “città fantasma”.
Oggi che visivamente le tracce della distruzione sono pressoché scomparse, il testimone del ricordo va trasmesso nel segno della conoscenza, della riflessione, della consapevolezza, e soprattutto del prezzo della pace e della libertà. Degli errori e degli orrori del passato portiamo tutti la responsabilità storica e morale. Da quella tragedia Pescara ha saputo però risollevarsi, trovando rinnovate energie per la ricostruzione e lo slancio della rinascita sociale, lavorativa ed economica.
LA PRIMA CITTÀ D’ABRUZZO Dalle macerie materiali del 1943, che coprivano ben l’80% del tessuto urbano, e da quelle morali della guerra perduta, la volontà dei pescaresi è stata in grado di trarre insegnamento per il passato e un preciso indirizzo di crescita democratica, sviluppando idee e iniziative che hanno portato la città a progredire, a elevarsi e a imporsi in breve come la prima d’Abruzzo e tra le principali della costa adriatica. La forza e l’intraprendenza della nostra gente è sempre venuta fuori dai momenti difficili della nostra storia. Ieri come oggi.
*Sindaco di Pescara