Mentana: io, l’Abruzzo e il sisma Il giornalismo? Sta cambiando

«Per combattere le campagne d’odio e le fake news bisogna smascherare eccessi e falsità Servono politici seri e non solo empatici, altrimenti il presidente del consiglio sarebbe Fiorello»
PESCARA. Le nuove frontiere del giornalismo raccontate da chi il giornalismo lo fa sul campo, da anni. Maratone elettorali, conduzioni di tg e programmi di approfondimento, politico e non. Enrico Mentana, direttore del Tg di La7, innovatore, fustigatore senza riserve quando occorre, eloquio diretto e veloce – tanto da meritarsi l’appellativo di Mitraglietta – sarà tra i protagonisti di un incontro (vedi pezzo in pagina) sul giornalismo consapevole dedicato alla memoria di Sandro Provvisionato, cronista molto legato a Francavilla e all’Abruzzo e scomparso due anni fa.
Direttore, lei parlerà di giornalismo di inchiesta nel nome di Sandro Provvisionato, che proprio lei, un bel po’ di anni fa, aveva assunto al Tg5. Che ricordo ha di lui?
«Sandro era un vecchio cronista che coniugava la cronaca con la politica, ma non nel senso di fare il tifo per qualcuno, non per stare dalla parte delle procure o degli indagati, giustizialista o garantista. Era un vecchio cronista con la passione di mettere insieme le trame oscure, quelle storie di Italia che non sono state del tutto illuminate. Era un lavoratore, perché i giornalisti sono lavoratori e spesso vengono confusi con gli artisti, però non viveva totalmente la vita nel giornale, aveva i suoi spazi, che erano occupati anche dalle passioni professionali, ma sapeva stare dalla sua parte. Era uno di quei classici giornalisti di un tempo che non c’è più, e non è un bene. Lo dico con lo stesso fatalismo di chi vede che tante professioni sono cambiate in un mondo che è cambiato. Ecco, quel tipo di cronista probabilmente non c’è più».
Come è cambiato il nostro mestiere da allora?
«Totalmente cambiato. Perché è evidente che una volta l’informazione era solo quella che arrivava attraverso canali certificati e codificati che erano le agenzie di stampa o il lavoro delle varie testate. Non c’era il web, che ha portato a una moltiplicazione all’infinito delle fonti, soprattutto quelle non verificabili. Ha portato alla possibilità di ogni singolo cittadino di fare informazione. Tu attraversi la strada a Pescara, vedi atterrare un disco volante, lo fotografi e hai fatto uno scoop che tutto il mondo ti riprenderà. Eppure non sei un giornalista e non hai una testata. Allo stesso modo, puoi attraversare la strada a Pescara e con una modesta applicazione di photoshop puoi far apparire un disco volante che non c’è. Sta tutta qui la novità, tutti i cambiamenti e le difficoltà. Tutto ciò ha portato alla distruzione di valore della professione giornalistica. La gente si è abituata al fatto che, aprendo telefonino o computer, può accedere gratis alle notizie e non remunera più il lavoro giornalistico ed editoriale. Se le aziende perdono clienti e i giornali perdono copie, progressivamente ci sono sempre meno giornalisti con sempre meno mezzi».
La sua esperienza di editore online, con Open, le ha dato un punto di vista privilegiato: il futuro dell'informazione sarà sul web, anche se per il momento non sembra uno spazio di sviluppo economicamente sostenibile?
«Diciamo che la esperienza di editore e fondatore di Open è l’effetto di queste cose che sto dicendo e ha portato a una serie di effetti a caduta: quello di non far assumere più giovani nei giornali, per il duplice fenomeno della crisi delle vendite, dovuta alla concorrenza “sleale” del web gratuito, e la conseguente non assunzione di nuovi redattori. Contemporaneamente lo stato di crisi ha fatto sì che nessuno se ne vada dai giornali. E questo ha irrigidito gli organici giornalistici. Così oggi l’informazione è in larga parte fatta da 40-50-60enni per lettori di 40-50-60 anni. I lettori dei giornali locali sono un’eccezione per la minor concorrenza dal web. I giornali sono scritti e letti da chi è sopra la barra dei 35 anni».
Nessuna speranza per i giovani?
«Non c’è un giovane che legga un giornale e scriva su un giornale cartaceo. La colpa pro quota è anche di chi ha avuto successo in questa professione. Stiamo dentro e siamo lo sbarramento a chi sta fuori. Per questo, avendo avuto fortuna, facciamo un give back, un’opera di restituzione, della fortuna. Ho messo da parte una somma, considerevole per me, per creare una testata on line in cui far accedere alla professione 20 giovani inizialmente con regolari contratti di praticanti a tempo indeterminato».
Quale il criterio di scelta?
«Ho messo su Facebook queste mie intenzioni e ho invitato i giovani a mandare dei curriculum. Me ne hanno mandati 15mila e, di questi, ne ho selezionati 200 a cui ho fatto i colloqui diretti. Alla fine ne ho presi 20. Open nasce da una triplice valutazione: dare la possibilità a dei giovani di entrare nella professione, saltare una generazione nel mezzo di comunicazione – e cioè fare un giornale che nasce direttamente dallo smartphone, per essere letto solo ed esclusivamente sul web – e infine che tenti di conciliare i giovani con l’informazione anche per il fatto che gli articoli e i temi sono scelti e scritti da giovani. Cercando di creare quella che scherzosamente potremmo chiamare la squadra primavera dell’informazione. Pubblico giovane e giocatori giovani».
Come si può combattere il fenomeno delle fake news?
«Intanto parlarne è già qualcosa, come sempre accade. Se si sa che in una zona malfamata si rischia di essere borseggiati, si sta attenti a dove mettere il portafogli. Sapere che esiste il rischio che ci siano informazioni incontrollate e false, farlo sapere è quello che al Sud è ben riassunto con la frase “Statt accuort”. Poi una parte di Open è dedicata al debunking, lo smascheramento delle bufale. Se si applica una buona pratica di svelamento delle fake news si abitua il lettore per fatti e per metodo a vedere come si smantellano».
Si assiste sempre più spesso a un aumento dei sentimenti di antisemitismo e razzismo. Che responsabilità ha la politica in tutto questo e come si possono arginare gli odiatori di professione?
«Si arginano con le buone pratiche e smascherandone gli eccessi e le falsità. Più è alto il podio da cui vengono diffuse cattiverie, esagerazioni e falsità e più è importante cercare di contrastarle, metterle in dubbio. È evidente quel che è stato fatto. Se tu dici: quell’uomo ha tentato di derubare una vecchia e vedi caso è un immigrato africano, ecco che hai già messo insieme gli elementi di una estremizzazione del discorso. È pericoloso. Non avresti fatto lo stesso post o tweet se fosse stato un italiano. Quando si indica il noi e il loro è sempre una strada molto pericolosa, che rischia di mandarti fuori strada».
Al di là delle sue opinioni politiche qual è il politico italiano secondo lei più competente?
«Non ho preferenze, non voto da quando faccio il direttore per evitare fraintendimenti. È chiaro che ci sono politici più empatici e meno empatici, ma questo non vuol dire niente. Altrimenti, se dipendesse da questo, il presidente del consiglio sarebbe Fiorello. Tutti vanno rispettati ma non si fanno sconti a nessuno. La distanza critica deve essere sempre la stessa. Mi è capitato di criticare duramente da Renzi a Salvini a Di Maio, proprio perché il nostro ruolo deve essere quello di una distanza critica. Soprattutto perché tutti, in tempi diversi, sono stati presi da un delirio di onnipotenza».
Qual è il suo rapporto con l’Abruzzo?
«Purtroppo le questioni sismiche mi hanno avvicinato all’Abruzzo, ma anche la passione turistica, la buona tavola. È una regione che nei 40 anni di lavoro a Roma ho frequentato spesso. Mare e montagna: è una delle poche regioni che può contemperare le due cose».
Enrico Mentana attivissimo sui social. È un lavoro che svolge da solo o ha creato un suo staff?
«Non ho mai delegato nulla in vita mia, vado alla posta a pagare le bollette. Se uno fa il giornalista deve fare tutto da solo, sennò fa un altro lavoro».
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