«Mi ha reso invalido, voglio un milione»

2 Aprile 2015

Antonio Rotundi, 25 anni, colpito alla tempia con un pugno, chiede maxi-risarcimento all’aggressore. E al sindaco un lavoro

PESCARA. Un anno dopo quel pugno alla tempia ha ancora violenti mal di testa, un deficit di vista all’occhio destro e un’invalidità del 46 per cento. A 25 anni Antonio Rotundi, un diploma di ragioneria al Manthonè e un lavoro da pizzaiolo che ha dovuto abbandonare, si porta ancora dietro (e sarà per sempre), le conseguenze di quel colpo improvviso subìto nella notte tra il 26 e il 27 aprile dell’anno scorso in via dei Bastioni da parte del coetaneo pescarese Fabrizio De Florentiis. Che Antonio non conosceva, che non aveva mai visto.

«Un’aggressione del tutto immotivata senza la minima giustificazione» si leggeva nell’ordinanza di custodia cautelare eseguita due settimane dopo il fatto dai poliziotti della Mobile diretti da Pierfrancesco Muriana, un’aggressione che, recitava l’ordinanza, «rientra nel “knock-out game”, gioco criminale in uso anche in Italia».

Una motivazione sempre respinta da De Florentiis che pure, incastrato dalle testimonianze, confessò il fatto dicendo di essere stato istigato dagli amici a fare quella “bravata” di cui tra qualche giorno, il 9 aprile, dovrà rispondere in qualità di imputato per lesioni gravissime, nella prima udienza del giudizio immediato. Un’udienza in cui Antonio, tramite il suo avvocato Anthony Hernest Aliano, si è costituito parte civile chiedendo un risarcimento di un milione di euro per i danni morali, patrimoniali e personali subìti.

«In quel periodo lavoravo come pizzaiolo», racconta Antonio Rotundi, «stavo imparando a fare il pizzaiolo. Ma da quella notte non ho fatto più niente, a causa dei mal di testa continui, per l’occhio danneggiato e per tutto quello che ho dovuto fare in questo anno dopo il ricovero di un mese in ospedale, l’intervento chirurgico e le cure riabilitative. Dopo tutte le visite all’Inps, mi hanno riconosciuto un’invalidità del 46 per cento, è chiaro che non sono più come prima, ma qualcosa voglio farla ugualmente». Per questo, meno di venti giorni fa, Rotundi è andato a esporre il suo caso anche al sindaco Marco Alessandrini. «Gli ho portato il curriculum», riferisce il giovane che nell’estate di due anni fa ha lavorato anche come aiuto bagnino allo stabilimento balneare Miramare. «È vero che alcuni lavori non li posso più fare per quello che mi è successo, ma mi accontento di tutto». Una seconda vita che Rotundi è deciso a ricominciare senza aver ancora capito perché: perché quel pugno, perché a lui, perché quella sera? «Era il sabato subito dopo Pasqua, dopo il 25 aprile, e con tutti gli altri amici rientrati dagli studi e dal lavoro ci eravamo rivisti a Pescara Vecchia. Quella sera saremo stati una quindicina, ma poi ci siamo sparpagliati nei vari locali e io sono rimasto con altri due amici. Stavamo fumando una sigaretta in via dei Bastioni prima di entrare in un locale ed eravamo voltati tutti e tre verso la porta del locale. Di botto mi arriva un pugno forte alla tempia, sono quasi svenuto, per un minuto abbondante ho visto nero. Un amico mi ha aiutato a sedermi, l’altro è corso dietro a quello che mi aveva colpito e che è scappato. Poi, forse spinto anche dalla rabbia per quello che mi era successo, mi sono ripreso. Credevo di stare bene. Ma dopo mezz’ora mi sono sentito male, ho perso sangue dalla bocca e allora ho preso la macchina e da solo sono corso all’ospedale. In pronto soccorso sono entrato con il codice verde, ma dopo che ho fatto la Tac mi hanno ricoverato immediatamente in codice rosso e in ospedale ci sono rimasto un mese. I miei li ha avvertiti un’amica, la mattina alle 6». Quanto all’aggressore, dice ancora Antonio, «non lo conoscevo, non so che cavolo gli girava per la testa, secondo me si voleva fare lo svelto con gli amici, ma ha fatto un’infamata. È questo che mi fa più rabbia: che mi ha colpito alle spalle».

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