«Mio figlio fu ucciso per sbaglio: ragazzi, la mafia si può battere»

4 Aprile 2023

La storia del 15enne Michele Fazio raccontata dal papà Pinuccio E gli alunni delle medie Pascoli e Michetti piantano la talea di Falcone

PESCARA. «Il sogno di mio figlio Michele, che lavorava in un bar di Bari vecchia e frequentava la scuola serale, era diventare carabiniere. Ma la sua morte non è stata invano, è servita a smuovere le coscienze. A voi ragazzi dico: non lasciate Pescara nelle mani della mafia, sappiate sempre da che parte stare».
Le parole appassionate di Pinuccio Fazio, ferroviere in pensione che gira l’Italia per incontrare gli studenti e raccontare la breve vita, 15 anni, e la morte del figlio Michele, vittima innocente di una faida tra i clan Strisciuglio e Capriati la sera del 12 luglio 2001, fanno scendere qualche lacrima sul viso degli alunni della II e III A della medie Pascoli e della II G Michetti che ieri mattina hanno partecipato all’evento “Condivido la memoria” nel comprensivo 4 di via Milano.
Nel corso della cerimonia, organizzata dalla preside del comprensivo 4 Daniela Morgione nell’ambito del Premio Borsellino, è stata messa a dimora la talea (uno stelo di Ficus grandiflora di tre anni) prelevata dall’albero di Falcone, a Palermo. In rappresentanza del questore di Pescara Luigi Liguori, artefice degli arresti degli assassini di Michele Fazio quando era capo della squadra mobile a Bari, c’era il vicario Pasquale Sorgonà che insieme al tenente colonnello Cristina Di Tommaso, comandante del reparto Carabinieri Biodiversità, ha spiegato il significato della parola legalità e l’importanza del «rispetto delle regole» per contrastare i fenomeni criminosi. Sorgonà: «Mi auguro che tra voi ci siano i futuri rappresentanti delle forze dell'ordine». Di Tommaso: «Fate crescere questa pianta insieme alla vostra coscienza». Presenti Daniela Puglisi e Tiziana Venditti, dell’Ufficio scolastico provinciale, la conduzione affidata a Francesca Martinelli dell'organizzazione del Premio Borsellino ideato da Leo Nodari.
La preside Morgione ha esortato gli studenti «a non cadere nelle trappole e resistere alle tentazioni».
«Quali trappole, come si casca nella rete mafiosa e come se ne esce?» ha chiesto l’alunna Mariane. Le ha risposto papà Fazio con un esempio: «Se vi danno una bustina e 50 euro, rifiutate, altrimenti sarà difficile uscirne». Quindi il racconto dell’omicidio del figlio. Tutto comincia il 30 giugno 2001 quando a San Nicola, uno dei quartieri di Bari dove i clan si spartiscono il territorio tra «spaccio, usura, rapine, estorsioni e sparatorie, si festeggiava con birra, champagne e pizzette l’assalto a una pescheria». È il preludio alla faida che esplode il 12 luglio. Quella sera Michele, dopo il lavoro in un bar del borgo antico, tornava a casa in via Amendoni, 1. Erano le 22.40. «Quella sera c’erano 70 criminali sotto casa», rammenta papà Giuseppe, detto Pinuccio, che con la moglie Raffaella Vivace, Lella per tutti, si è battuto per la verità e contro l'archiviazione del caso, «e come ogni sera tutte le finestre del quartiere erano chiuse, perché ognuno doveva farsi i fatti suoi. Udimmo gli spari, 10 colpi di pistola. Urlai: buttiamoci a terra». Nessuno sapeva, ancora, che lungo la traiettoria del proiettile c'era Michele che telefonava sempre per farsi aprire, non citofonava. Gli alunni Benedetta, Christian, Francesco e Marta, hanno gli occhi lucidi. E il racconto va avanti: «Quando capimmo che a terra c’era nostro figlio, mia moglie scese e sfidò le donne della mafia: se mio figlio muore, io vi rovino uno a uno. Una di queste le chiuse la bocca con la mano. Durante i funerali, giorni dopo, gridai: andremo via da questa città di mafiosi. Don Luigi Ciotti ci esortò a restare e combattere. All'allora capo della mobile Liguori chiesi di trovare gli assassini di mio figlio. E lui me li portò. Uno di loro ci chiese perdono. Oggi Bari vecchia è tranquilla e sono loro che si chiudono in casa per la vergogna. Collaborate con le forze dell’ordine e non abbiate paura».