«Mio marito ucciso senza motivo Nessun perdono, voglio giustizia»

25 Aprile 2019

Il 25 aprile di un anno fa Salvatore Russo fu accoltellato a morte dal vicino di casa Roberto Mucciante La vedova del muratore: «Voglio sapere perché lo ha fatto, dall’omicida nessun segno di pentimento»

PESCARA. «La mia vita si è fermata il giorno in cui quell'uomo ha ucciso mio marito. Non lo odio, ma non lo perdono. Voglio solo sapere perché lo ha fatto. Voglio giustizia».
Giustizia per Salvatore: lo ha scritto a caratteri cubitali anche su un cartello affisso sul balcone di casa, Vittoria Ventrella, 56 anni, pescarese originaria di Apricena (Foggia) , vedova di Salvatore Russo, classe 1959, ucciso il 25 aprile di un anno fa dal suo vicino di casa Roberto Mucciante. L'omicida, oggi 53enne, reo confesso e detenuto in carcere, gli ha inferto 38 coltellate prima di fermare la sua furia nel tunnel che conduce alle cantine e ai garage, al pianterreno della palazzina tra via del Circuito e via Pian delle Mele.
Secondo le ricostruzioni degli investigatori, Mucciante, dopo aver intercettato la vittima nei sotterranei, accanto ai garage e alle cantine, lo ha raggiunto e colpito al torace, all'addome e al cuore. I colpi inferti non hanno lasciato scampo al muratore che aveva appena trovato un nuovo lavoro, e la sua vita stava per ripartire dopo un periodo di disoccupazione. I soccorritori lo hanno trovato steso a terra, in una pozza di sangue.
Un anno dopo, la vita della vedova dell'operaio che il prossimo 27 maggio avrebbe compiuto 60 anni, è ancora «ferma a quel giorno». La forza per andare avanti la trova aggrappandosi alla famiglia, all'amore dei suoi figli, Annarita, docente di matematica in un liceo di Bologna, Maria, Antonella, Michele, i nipotini Andrea, 6 anni e Antonio, 2 mesi, il genero Germano, la mamma Michelina.
Ora è lei, Vittoria, a capo di una famiglia numerosa che è sempre stata «forte e unita». Così «la voleva Salvatore». Tanto unita da scatenare «invidie e gelosie», dice come a voler lanciare un messaggio a qualcuno. Su un mobile del salone, nell'appartamento al secondo piano c'è la foto sorridente del suo sposo che saluta gli ospiti. Un piccolo santuario dell'amore che è un inno alla vita. Ieri pomeriggio, alle 18.30, nella chiesa di San Giuseppe si è svolta una messa in suffragio del muratore sepolto nel cimitero di San Silvestro.
Signora Ventrella, un anno dopo come è cambiata la sua vita?
E' cambiata completamente, nulla è più come prima. Salvatore spargeva gioia intorno a sé con il suo carattere gioviale e aperto. Mi manca tanto, ma ora le mie “distrazioni” sono i miei nipotini che sono il nostro futuro e sono concentrata sui miei figli, loro mi danno la forza. Per ogni cosa che faccio, inevitabilmente, il pensiero va a mio marito e a una sola domanda: perché è stato ucciso? Lui, così buono, generoso e attento alle esigenze di tutti. Non ci capacitiamo di una fine così atroce. La foto di Salvatore è su quel mobile, sempre accanto a me.
Che cosa ricorda di quel mattino?
Ero in casa. Mio marito era uscito per far compere. Sarebbe dovuto rientrare da lì a poco, erano circa le 10. Lo avrei sentito tossire dalle scale mentre risaliva, come sempre. Mi affacciai al balcone, in strada c'era una pattuglia dei carabinieri. Cosa può essere accaduto, ci chiedemmo mia sorella e io. Scendemmo giù. Seduto sul secondo scalino al primo piano, accanto alla sua abitazione, c'era l'uomo che aveva appena ucciso mio marito, ma io non lo avevo ancora capito. Lui mi guardò e subito si girò dall'altra parte. Ricordo che aveva i vestiti insanguinati ed era ammanettato. Istintivamente chiamai al telefono mio marito. Tante chiamate, nessuna risposta. Nella testa cominciò a prendere forma un pensiero, che scacciai subito e continuai a cercare Salvatore. Che non mi avrebbe mai più potuto rispondere perché era steso a terra in una pozza di sangue nel garage accanto alla cantinetta, dove non sono più scesa. Non ho visto il suo corpo martoriato. E' bastato che un militare pronunciasse il suo nome, che persi i sensi. Quello che doveva essere un giorno di festa, con un pic nic che avevamo organizzato alla riserva dannunziana dove Salvatore non era mai stato, per noi si è trasformato in un incubo senza fine.
C’erano attriti tra l’omicida e la vittima?
Mai un litigio, solo buongiorno e buonasera. Se avessero litigato, avremmo sentito tutto. Qui dentro pure gli starnuti si sentono. Quell’uomo si era lamentato, tempo prima, con l’amministratore e il padrone di casa. Diceva che lo infastidivano i rumori metallici che sentiva provenire dalla nostra casa. Ma quei rumori erano solo i termosifoni che si accendevano.
L’omicida si è fatto vivo con voi?
Mai. Né una parola di pentimento né una lettera né messaggi. Quando ha ucciso Salvatore era lucido, sapeva quello che stava facendo, non è stato un momento di follia. Gli ha teso un agguato. Qualche giorno prima mio marito mi raccontò che se lo era ritrovato più volte dietro le spalle. Se penso che mia figlia Maria un giorno è pure salita in ascensore con lui, mi vengono i brividi.
Che sentimenti prova?
Rabbia. Dovuta alla non accettazione di una morte così assurda e alla domanda che rimane senza risposta: perché? Non lo odio, questo è un sentimento che non mi appartiene. Ma non lo perdonerò mai. Voglio solo giustizia.
Il tempo lenisce le ferite?
No, le peggiora. Il pensiero diventa un tarlo, ogni cosa mi ricorda lui. Abbiamo affisso un manifesto sui balconi di casa per ribadire pubblicamente ciò che vogliamo: solo giustizia.
Che vuol dire giustizia per lei?
Giustizia sarà fatta solo quando l’omicida resterà in carcere per sempre.
Chi era Salvatore?
Un animo generoso, compagnone. Era felice solo quando aveva intorno la sua famiglia, era innamorato dei suoi figli. Si metteva a capotavola e ci guardava. Era di poche parole, con gli occhi umidi esprimeva il suo amore per noi. Era pronto a esaudire ogni nostro desiderio. Quando Annarita gli scrisse su whatsapp “Papà, ho preso un buon voto all’esame”, lui le rispose: “Sono fiero di te, congratulazioni e auguri”. Quel messaggio è ancora sul telefonino di mia figlia. Amava stare con noi e adorava la buona cucina, era goloso di pesce, ma non disdegnava neppure le lasagne e la cucina cinese. E aveva il pollice verde, con pochi semini ha fatto crescere piante di fagioli e meli. E raccoglieva chili di borragine nelle campagne qui intorno per fare le frittate. Negli ultimi due mesi era particolarmente felice perché aveva trovato lavoro come muratore in una ditta edile di Francavilla, dopo un periodo di disoccupazione. Lo rendeva felice giocare con il nipotino Andrea e le tavolate con la sua famiglia riunita.
Dove vi siete conosciuti?
Ad Apricena, il nostro paese. Siamo cresciuti insieme, lui era amico di mio fratello, giocavano insieme. Ci siamo sposati che non avevamo vent’anni nella chiesa dell’Incoronata. Poi il trasferimento a Pescara, fino a cinque anni fa abitavamo in via Malagrida. Lì abbiamo ancora tanti amici che non ci hanno lasciato soli.
L’ultimo gesto d’amore di Salvatore?
Il giorno prima, di ritorno dai suoi giri di spesa, mi riportò un cioccolatino, un bacio Perugina. Sul biglietto, che porto sempre con me dietro al telefonino accanto alla sua foto, c’era scritto una frase che oggi suona come un presagio: “L’amore nasce dall’assenza”.