Mister Uza si racconta: che festa con Gaspari

30 Luglio 2017

Ugo Zamparelli, una vita nel commercio: ma a Ferri dissi “no”

PESCARA. Un nome e uno slogan che hanno fatto scuola: “Uza, roba di pelle”. Quella campagna pubblicitaria, ideata nel 1980 da Oscar Pomilio per lanciare sul mercato il nuovo negozio di pelletteria e valigeria inaugurato all’angolo tra piazza Duca e corso Vittorio Emanuele, evoca ancora oggi l’estro imprenditoriale, la tenacia e lo spirito di sacrificio di un uomo, Ugo Zamparelli, che con la sua storia familiare e professionale rappresenta uno degli esempi più vivaci dell’anima commerciale pescarese. Una parabola iniziata negli anni frenetici successivi alla ricostruzione post bellica, quando il fiuto per gli affari e la voglia di mettersi in gioco ha portato tantissimi “forestieri” a piantare radici stabili in città.
Oggi che mister Uza di anni ne ha abbastanza - come è solito ripetere, ha «superato i 51 anni da qualche lustro» - il padre dei due negozi di borse, valigie, trolley e articoli da regalo all’inizio di corso Vittorio Emanuele e in viale Marconi apre l’album dei ricordi e racconta in questa intervista al Centro i momenti che hanno scandito quell’epoca dall’irrefrenabile vitalità che valse a Pescara l’appellativo di «città della perpetua fuga in avanti».
Zamparelli, come si è avvicinato al commercio?
La mia famiglia è originaria di Cerignola, arrivammo a Pescara per seguire le tracce di mio padre che faceva parte del reggimento dei corazzieri. Ci trasferimmo il 5 agosto 1948 nell’ex viale Ronchi, oggi viale Vespucci. Ricordo che avevo 7 anni quando assieme ad altri ragazzini aiutammo a piantare i famosi platani che oggi abbelliscono la strada. A 12 anni mio padre mi mandò a lavorare in via Firenze da Giovannino Sperti che mi dava mille lire a settimana. Era una somma importante, l’11% dello stipendio di papà. Facevo di tutto: lucidavo i pavimenti in marmo con la segatura, portavo a spasso i suoi cani e alzavo e abbassavo le tende. Sperti è stato il mio primo mentore: era uno dei pochi, assieme a Monti, che vendeva i grossi marchi di abbigliamento all’ingrosso. Allora c’era un movimento di denaro enorme: a 13-14 anni andavo in banca per versare 20 milioni al giorno sul suo conto.
E poi che cosa è successo?
Continuavo ad andare a scuola, ma al secondo anno di istituto commerciale il mio voto più alto era un 2 in condotta. Il mio punto di riferimento era mio cugino attore, Rosario Borelli. Una volta mi chiese di fare la comparsa in un film che si girava a Napoli per 5 mila lire al giorno. Non ci pensai due volte: andai via di casa e lo raggiunsi, ma dopo due giorni mio padre minacciò di denunciarlo per rapimento di minore e fui costretto a tornare a casa. Dopo una pausa di qualche anno da scuola, mi diplomai in lingue. L’Italia così com'è adesso era anche allora, non è cambiato nulla. Nel ’62 mi trasferii a Lucerna e trovai immediatamente lavoro come interprete. Ma mio padre insistette così tanto per farmi rientrare che mi face iscrivere al corso da ufficiale.
E il commercio?
Tra una licenza e l’altra a 22 anni, iniziai a lavorare come rappresentante per Gilberto Ferri che vide in me delle capacità e mi propose la direzione della sede di La Spezia dello stabilimento San Giorgio. Rifiutai e lui ci rimase molto male. Risposi a un annuncio di lavoro di Tonino Celsi: mi presentai alle 9 del mattino, ma lui mi ricevette alle 13,15 e dopo avermi a lungo interrogato, mi disse che aveva bisogno di una persona che in 6 mesi potesse prendere il suo posto e mi assunse.
Era un lavoro remunerativo?
Feci tanti sacrifici: una commessa prendeva 85 lire di stipendio, a me ne toccavano 60. Ma in pochi anni diventai amministratore e capo del personale. Avevo sotto di me 65 dipendenti distribuiti in 10 negozi, tra cui Associnque a piazza Salotto, grande 700 metri quadri. Dopo 16 anni, nel 1979, mi disse che guadagnavo troppo e mi tolse tutte le mansioni. Allora seguii il consiglio di Oscar Pomilio che mi suggerì di andarmene il più lontano possibile. Stetti 23 giorni in Venezuela, non volevo saperne più niente della pelle e dei negozi. Ma poiché nel frattempo mi ero sposato, dovevo rispondere anche alla mia famiglia. Decisi di tornare e qualche giorno dopo Celsi mi richiamò e mi chiese di tornare in azienda. Risposi di no, poiché volevo mettermi in proprio.
Quando fu aperto il suo primo negozio?
Nel 1980 inaugurai due negozi nel giro di due settimane sotto l’insegna “Uza” acronimo del mio nome e cognome, Ugo Zamparelli. Il primo negozio in via Nicola Fabrizi, un’attività di 250 metri che arrivava fino a via Lucania, accanto alla “Uza art gallery” dove coordinavo le attività artistiche di mio suocero Giordano Amigoni. Il secondo all’angolo tra piazza Duca e corso Vittorio Emanuele, che sta ancora lì. La campagna pubblicitaria la curarono i fratelli Pomilio che coniarono lo slogan “Uza, roba di pelle”. Ebbe un successo enorme e il marchio si diffuse ovunque.
Ha mai commesso degli errori nel suo percorso imprenditoriale?
Certo, nel 1984 aprii in via Po l’azienda “Ufo” in società con mio fratello e mio cognato. Il nome stava per Unione fratelli organizzati, ma sbagliai a non mettere davanti il “dis” di disorganizzati. Era un investimento colossale: fummo la prima azienda in Abruzzo a eseguire le fatture in tempo reale. All’inaugurazione vennero tutti i politici dell’epoca, compreso il senatore Gaspari che ebbe la tessera d’acquisto numero uno. Dovemmo vendere tutto e andarono in fumo 2 miliardi di investimento. Ne sto pagando ancora le conseguenze.
Quando ha chiuso il negozio in via Fabrizi e aperto quello in viale Marconi?
Dopo 23 anni e mezzo, il proprietario mi raddoppiò di colpo l’affitto: voleva 6.000 euro al mese, al posto di 3 milioni e 240mila lire. La causa è ancora in corso. Rilevai lo stabile in viale Marconi, ricordo che mi accompagnò mio suocero che mi disse: “Questo è un assegno circolare, prendilo subito”.
Chi dei suoi figli ha seguito le sue orme?
Mia moglie Loredana ha lavorato a lungo con me, ma adesso è stanca. Io, a 76 anni, ho sempre le redini dei due negozi, affiancato dalle mie figlie Zaira e Samantha, mentre Cristina non lavora più e Loris ha preso altre strade, e dalla dipendente Sara.
Quale insegnamento ha trasmesso ai suoi figli?
Cerco di inculcare loro che la vita è fatta di sacrificio. Con mia moglie abbiamo avuto tanti riconoscimenti: abbiamo vinto un viaggio a Londra per la vetrina più bella della Camel Trophy, poi c’è stato il primo posto al concorso “Vetrine dannunziane”. A maggio scorso sono stato premiato dalla Camera di commercio per “la fedeltà al lavoro e al progresso economico”. Sono stati anni belli, ma anche molto duri. Mi considero un sopravvissuto.
Qual è stato l’errore maggiore delle istituzioni secondo lei?
La chiusura di corso Vittorio Emanuele per colpa della cocciutaggine dei politici di destra e di sinistra. Da allora hanno chiuso decine di aziende. Prima di adottare una decisione di tale gravità, suggerii di aspettare l’apertura del nuovo ponte per vedere i nuovi flussi di traffico, ma non mi ascoltarono. Adesso staremo a vedere: se il lavoro riprende bene, altrimenti chiudiamo e lasciamo aperto solo il negozio a Porta Nuova.
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