Moglie e marito guariti: che incubo il Covid

27 Novembre 2020

I coniugi Di Maria, titolari di una oreficeria, ringraziano medici e infermieri: sono stati straordinari

PESCARA. «Solitudine e paura. Una paura da svenire. Ecco cosa si prova quando la diagnosi è Covid. Noi ci siamo confortati a vicenda, abbiamo pianto. Questa esperienza ci ha cambiato la vita. Abbiamo rischiato di perderla e ora ci appare ancora più bella».
Il viaggio all’inferno di Adele Rolando, 60 anni, pescarese, e il marito Giulio Di Maria, 76 anni, di origini romane, gioiellieri dal 1995 in via D’Annunzio, inizia il 30 ottobre. Dopo un controllo medico conseguente a uno sbalzo di pressione, Di Maria riceve la mazzata: polmonite interstiziale. Subito dopo scopre che anche la moglie è stata contagiata dal coronavirus, seppure in maniera più lieve. Oggi marito e moglie riemergono dall'isolamento nella loro casa di San Silvestro, guariti e pronti a riaprire il negozio. E tra lacrime e sorrisi raccontano i giorni più difficili: il pronto soccorso Covid, la quarantena, la solitudine che ti scalfisce l’anima e ti cambia la vita. E ringraziano, i coniugi protagonisti 4 anni fa di una rapina nella gioielleria di Porta Nuova, i medici dell’ospedale, lo pneumologo Giacomo Zuccarini, gli infermieri, «fino all'ultimo portantino» del pronto soccorso e dell’ospedale Covid per «le cure, le coccole e l'attenzione. Sono straordinari». Presto, i coniugi Di Maria, riabbracceranno idealmente anche il medico di base Azzurra D’Aurelio, gli amici Enio Di Paolo, Mauro Pingiotti e Fausto Passeri che sulla soglia dell’abitazione lasciavano spesa e medicinali, oltre agli addetti di Ambiente che hanno ritirato i rifiuti speciali. Sui social un fiume di solidarietà alla coppia che ha vinto la battaglia contro il Covid e che ringrazia su Facebook: «Abbiamo avuto il Covid, è tutto passato ma siate prudenti».
È venerdì 30 ottobre quando Di Maria, a Pescara da 48 anni, si sente male: «Avevo un occhio rosso e la pressione altissima, febbre, dolori alle ossa, spossatezza, non sentivo più il sapore del cibo e respiravo con affanno. Il giorno dopo, il 31, ormai stremato, mi reco al pronto soccorso. Tac, risonanza, tampone e il terribile responso: “è coronavirus, la dobbiamo trasferire al Covid hospital”. Mi sono sentito perso», ricorda l'orefice in lacrime, «in un attimo ho pensato a mia moglie, alla famiglia, al lavoro, a come avevo potuto prendere il contagio dal momento che da questa estate mia moglie ed io non siamo più usciti neppure per un caffè. Forse al negozio, chissà. Al pronto soccorso Covid sono rimasto 18 ore in osservazione ma non mi hanno intubato, due suore del Carmelo mi hanno dato acqua e sostegno psicologico».
Intorno, la sofferenza degli altri malati: «Ci guardavamo l’un con l’altro, con gli occhi sbarrati, in silenzio, ognuno con la sua disperazione e una immensa solitudine dentro. Lì dentro sai che entri, ma non sai quando, e se, esci». Il 1° novembre una ambulanza lo riporta a casa per proseguire le cure col cortisone e dove la moglie Adele lo attendeva in isolamento, contagiata pure lei: «Avevo vomito, pressione bassa e svenivo», racconta Rolando, ex commessa di Dante Seta, «ai primi sintomi non ci vuoi credere, escludi l'ipotesi perché il terrore, si impadronisce di te. Quando ti senti dire: è Covid, tutta la vita ti scorre davanti. Mio marito ed io abbiamo pianto, ci siamo fatti coraggio, e ora ci riteniamo fortunati perché potevamo morire». A casa sono rimasti uniti, ma separati. Di Maria: «Abbiamo vissuto in stanze separate e ci vedevamo solo a distanza e con la mascherina. Chiacchieravamo via whatsapp. Adele cucinava e pranzava da sola e mi lasciava il piatto caldo. Io però ho imparato a fare il caffè e ogni giorno mi alleno con 11mila passi in taverna». Dopo il terzo tampone negativo «abbiamo festeggiato. Ora dobbiamo proseguire i controlli, il 4 dicembre la prossima visita e poi riapriamo il negozio. E rivedremo il sole». (c.co.)
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