Monia, per l’assassino confermati 17 anni

Respinto il ricorso presentato dalla procura generale che chiedeva il riconoscimento dell’aggravante della crudeltà
FRANCAVILLA . Merita 17 anni di carcere avere massacrato a sassate e sgozzato con un pezzo di vetro la padrona di casa che chiedeva l’affitto. Per la Cassazione non c’è bisogno di un altro processo per stabilire se la morte di Monia Di Domenico, psicologa pescarese di 45 anni, debba essere punita con una pena più grave per i 16 colpi che le ha inferto il suo assassino, Giovanni Iacone. La Corte suprema scrive la parola fine a un omicidio che non ha misteri, ma che suscita orrore per violenza e pochezza del movente, roba da poche centinaia di euro. È stato respinto ieri pomeriggio il ricorso presentato dalla procura generale contro la decisione della Corte d’assise d’appello dell’Aquila, che aveva ridotto da 30 a 17 anni la pena per Iacone: la richiesta era di ripristinare quella inflitta in primo grado per il delitto avvenuto l’11 gennaio del 2017 a Francavilla al Mare. La drastica diminuzione della condanna, quasi dimezzata, è dovuta al fatto che i giudici hanno cancellato l’aggravante della crudeltà, come chiesto dall’avvocato Emanuela De Amicis, difensore dell’imputato.
Una decisione che ha gettato nello sconforto la mamma Doretta Foschi e il papà Aldo, che vivono a Corropoli, nel Teramano. Si chiedono, questi genitori addolorati, perché non sia crudele una morte per dissanguamento avvenuta in 33 minuti, dopo che l’assassino ha colpito la loro figlia al volto e alla testa 16 volte, per poi finirla con un taglio alla gola, utilizzando una violenza tale da non renderla riconoscibile. In base alla ricostruzione dei carabinieri del nucleo operativo e radiomobile di Chieti, quel maledetto pomeriggio Monia era andata a riscuotere due mesi di affitto nell’appartamento al civico 65 di via Monte Sirente. Ma venne assalita da Iacone, un cuoco disoccupato, all’epoca 49enne, nato a Firenze e di origini abruzzesi. L’aggressione si sviluppò in più fasi, secondo un «inesorabile crescendo omicidiario», come si legge nella sentenza di primo grado. Dapprima, infatti, la donna venne colpita al volto e alla testa con una grossa pietra ornamentale; colpi così potenti da determinare addirittura la frattura della teca cranica, oltre a quella delle ossa nasali. Nonostante Di Domenico avesse già chinato il capo e fosse molto magra e minuta, l’imputato continuò l’aggressione utilizzando un pezzo di vetro che si staccò da un tavolino andato in frantumi durante la violenza. Iacone era pienamente capace di intendere e di volere quando si scagliò contro la vittima di fronte alle legittime richieste di pagamento di quest’ultima, che il giorno successivo sarebbe dovuta partire per Parigi.
Il cuoco deve rispondere anche di occultamento di cadavere, perché trascinò il corpo della psicologa, avvolto in un lenzuolo bianco, fino alla mansarda: probabilmente, non fece in tempo a cancellare le tracce perché i carabinieri, coordinati dalla tenente Maria Di Lena, arrivarono subito dopo essere stati allertati da un vicino. Monia, psicologa di Villa Serena amata dai suoi pazienti, non si sarebbe mai aspettata una simile esplosione di violenza. Tant’è che due ore prima del delitto, incontrando un’amica, parlò di andare a ritirare l’affitto come una normale incombenza da sbrigare.

