Morì dopo la lite per il parcheggio Condannato l’altro automobilista

22 Dicembre 2022

Pena di tre anni e due mesi per il 22enne pescarese Mattia Nerone, giudicato con il rito abbreviato Ma il difensore contesta il nesso di causalità: Tiziano Paolucci soffriva di una grave patologia cardiaca

PESCARA. «Non si può morire a 56 anni per un parcheggio. Un uomo, un marito, un padre che è venuto a mancare per una banale lite, per questo siamo soddisfatti della sentenza e possiamo dire che giustizia è fatta».
Commenta così, a caldo, Sabrina Sbaraglia, legale delle parti civili, la sentenza di condanna per Mattia Nerone, il giovane di 22 anni che l’11 luglio del 2019 ebbe una violenta discussione con un altro automobilista, Tiziano Paolucci, che qualche attimo dopo si accasciò a terra senza vita.
Tre anni e due mesi la condanna inflitta dal gup Nicola Colantonio che ha giudicato l’imputato con il rito abbreviato, per le accuse di omicidio preterintenzionale e lesioni personali nei confronti della figlia della vittima che cercò di dividere i due, e che ieri era presente in aula insieme alla sorella (anche lei parte civile insieme ai fratelli della vittima, assistiti da Antonello Campanelli e Sabrina Sbaraglia). «Parliamo di una situazione drammatica», spiega ancora l'avvocatessa Sbaraglia, «vissuta con tanto dolore dalla famiglia della vittima che è molto provata ancora oggi e che nel corso del processo ha perso anche la mamma, la moglie di Paolucci».
«Per come il caso si è verificato», dichiara invece l’avvocato Luca Berardinelli che assiste l’imputato e che per lui aveva chiesto l’assoluzione, «non è certo una sentenza che ci soddisfa. Certo va detto che il giudice, così anche come ha fatto il pm Marina Tommolini (che aveva chiesto per l’imputato la condanna a 3 mesi e 12 giorni ndr), ha riconosciuto a Nerone tutte le attenuanti possibili, e quindi il trattamento sanzionatorio in sé è più lieve di quello che avrebbe dovuto essere (c’è anche la riduzione di un terzo della pena per la scelta del rito abbreviato). Adesso aspettiamo le motivazioni del giudice per decidere come muoverci in appello».
Le perplessità del difensore sono legate soprattutto al nesso di causalità attorno al quale ruotava l’intero processo e che ieri ha spinto il giudice a risentire in aula il medico legale, Sara Sablone, che eseguì l’autopsia e mise in relazione la colluttazione con la morte di Paolucci che, a sua insaputa, soffriva di una grave patologia cardiaca. I fatti. Nerone si infila in un parcheggio su viale della Pineta forse mentre Paolucci, con la moglie seduta al suo fianco, aspettava di entrare o forse perché infastidito dall’improvvisa manovra di chi lo precedeva. La vittima comincia a suonare per protestare, volano degli improperi da ambo le parti, i due scendono dalle rispettive auto e si accende la miccia. La colluttazione, dove il giovane ha forse la peggio, cessa per l’intervento della figlia della vittima che era lì vicino, e per la presenza di alcuni passanti. Poi Nerone se ne va e Paolucci sale in macchina per raggiungere il ristorante della figlia lì vicino. Fa un centinaio di metri, si ferma, scende dall’auto e si accascia a terra senza vita: il suo cuore non regge a quell’agitazione, anche e soprattutto per quella malformazione.
«Se è vero che la morte di Paolucci», spiega in proposito l’avvocatessa Sbaraglia, «non è stata dovuta direttamente alle lesioni e percosse inflitte dall’imputato, è anche vero che ci sono delle concause che si sono innescate e delle quali ha dato atto il perito, e quindi anche quella patologia cardiaca della quale Paolucci soffriva, anche se non ne aveva conoscenza, anche quella non ha escluso il rapporto di causalità che è da ritenere sussistente». Paolucci, a detta del medico legale, aveva le coronarie gravemente compromesse e quindi sarebbe bastato un litigio qualsiasi, un’arrabbiatura più violenta, per scatenare un infarto fulminante. Ma la colluttazione ha fatto scattare, dal punto di vista giuridico, l’omicidio preterintenzionale, anche se le lesioni riportate dalla vittima non sono state determinanti.
Il giudice ha anche condannato l’imputato all’interdizione dai pubblici uffici per la durata di cinque anni e al risarcimento del danno per le quattro parti civili, da liquidarsi in separata sede, sentenziando una provvisionale di 20 mila euro a testa per le due figlie e i due fratelli della vittima.