Morico: così diventa difficile lavorare

L’AQUILA. «Vorremmo tornare a lavorare ma con queste regole è difficile. Per il momento abbiamo deciso di rimanere chiusi». Paolo Morico gestisce la Casetta nel Parco insieme ai coniugi Colaiuda,...
L’AQUILA. «Vorremmo tornare a lavorare ma con queste regole è difficile. Per il momento abbiamo deciso di rimanere chiusi». Paolo Morico gestisce la Casetta nel Parco insieme ai coniugi Colaiuda, Fausto e Marisa, e alla loro figlia Daniela: una struttura in legno immersa nel verde di una piccola oasi urbana che si apre tra la A24 e il nucleo industriale della zona ovest dell’Aquila. Centocinquanta coperti che in estate, grazie al grande giardino circostante, potevano arrivare anche a 250. Per un locale dotato di questi spazi, riaprire, almeno sulla carta, doveva essere tutto sommato agevole, non foss’altro perché sarebbe stato meno problematico rispettare le ferree disposizioni sul distanziamento sociale. Invece, le attività più colpite dall’emergenza Covid rischiano di essere proprio i ristoranti come questo, quelli con metrature sopra i 200 metri quadri: aziende vere e proprie, con uno o due manager di sala, un team di 10-15 camerieri, oltre al personale di cucina altrettanto numeroso. Attività che hanno, in proporzione, affitti e mutui importanti e che sopravvivono soprattutto grazie alla possibilità di servire contemporaneamente centinaia di persone. «Siamo un ristorante per famiglie ma ospitavamo anche tanti banchetti per cerimonie: battesimi, cresime, matrimoni, feste di laurea», spiegano Paolo, Fausto e Marisa. «Il lockdown ci ha colpito proprio nel periodo dell’anno in cui c’era più lavoro. Abbiamo perso quasi tutte le prenotazioni, per fortuna non sono state cancellate del tutto ma solo posticipate. A queste condizioni, riaprire non conviene. Ci sono ancora troppe incognite». A suscitare preoccupazione è soprattutto la mole di prescrizioni, controlli, divieti e obblighi di cui, in base alle nuove norme, gli esercenti sono tenuti a farsi carico: «Alcune regole», racconta Paolo, «per esempio quelle che impongono di usare prodotti monodose o monouso, comportano per noi maggiori costi. Altre, per essere applicate alla lettera, richiederebbero del personale dedicato. Per non parlare della registrazione dei clienti e dell’obbligo di conservare per 14 giorni i nominativi delle persone che hanno prenotato. Un ristorante è un luogo di convivialità e aggregazione, non vogliamo metterci a fare i vigili». Insieme ad altri colleghi, Paolo, Fausto, Marisa e Daniela, hanno fondato un comitato, Ristoratori Aquilani Vs Virus, che una settimana fa ha dato vita a una manifestazione di protesta occupando simbolicamente, con tavoli vuoti e sedie rovesciate, le principali rotatorie della città. «I nostri 8 dipendenti aspettano ancora la cassa integrazione, continuiamo a pagare utenze, affitti e tasse. Chi si è rivolto alle banche per accedere al credito agevolato e ai prestiti garantiti dallo Stato otto volte su dieci si è visto respingere la domanda». (r.ciu.)

