Morta nel tunnel dopo la violenza I giudici: «Poteva essere salvata»

4 Febbraio 2021

Il tribunale spiega la condanna a 11 e 2 anni inflitta ai romeni imputati della scomparsa di Anna Carlini «Ma non c’è prova che la portarono nel tunnel e le fecero ingerire alcol e farmaci causando il decesso»

PESCARA. «Accertato che Nelu Ciuraru e Robert Ciorogariu, entrambi presenti insieme alla Carlini per tutto il tempo della sua "lenta agonia", erano consapevoli della gravità delle condizioni di salute della stessa, essi non allertando le forze di polizia o il soccorso medico, hanno colposamente omesso una condotta che sarebbe stata certamente idonea a evitare l'evento morte, ben avendo tutto il tempo necessario e trovandosi nelle condizioni di farlo».
IL VERDETTO E' uno dei passaggi più significativi dei motivi della sentenza di condanna in primo grado a Pescara inflitta ai due romeni finito sotto accusa per la morte di Anna Carlini, la giovane donna di 33 anni, affetta da disturbi psichici, stuprata e lasciata morire nel tunnel della stazione ferroviaria il 30 agosto del 2017.
Condanne di poco inferiori alle richieste presentate dal pubblico ministero Rosangela Di Stefano al termine della sua requisitoria.
Anna si poteva salvare. E' questa la drammatica conclusione di trenta pagine di motivazioni della sentenza di condanna a 11 anni e mezzo per Ciuraru, autore anche della violenza sessuale, e di 2 anni per il connazionale Ciorogariu, entrambi accusati della morte di Anna quale conseguenza dell'omissione di soccorso.
LA PROVA GENETICA «Non vi è dubbio», scrivono i giudici in sentenza, «che l'autore della violenza vada individuato in Ciuraru, sia per quanto, pur indirettamente riferito dal sommario informatore Albert Marius Valentin nel riportare le confidenze apprese dagli amici, sia, e soprattutto, per l'esito dell'esame genetico sulle tracce di sostanza organica rinvenute nel corpo della vittima che le ha attribuite al Ciuraru con certezza pressochè assoluta e, infine, per il dato temporale che porta a escludere che il rapporto sessuale con il Ciuraru sia avvenuto in periodo precedente alla notte tra il 29 e il 30 agosto 2017».
D'altronde la consulenza del professor Stuppia, che rappresenta la prova regina, era stata chiara, come scrivono gli stessi giudici: «Si può concludere che effettivamente il profilo genetico maschile identificato appartiene al Ciuraru, essendo pressochè impossibile che vi sia nel mondo un individuo con lo stesso profilo genetico».
IL TESTIMONE CHIAVE La sentenza pronunciata dal tribunale di Pescara lo scorso 4 novembre ricostruisce, in base alle testimonianze di chi quella drammatica notte era ricoverato in quel tunnel di senzatetto, le ultime ore di vita di Anna Carlini: il suo evidente malessere di cui nessuno si preoccupò, ma anche la violenza subìta alla quale assistette un testimone che riconobbe Ciuraru come il violentatore, anche se la sua testimonianza, raccolta in un incidente probatorio, è stata poi espunta dal processo, ma solo per Ciuraru, non anche per il coimputato, in quanto erroneamente considerato in quel periodo latitante.
Altro argomento importante, è il risultato dell'autopsia eseguita dal professor Cristian D'Ovidio, che «ha escluso che l'atto sessuale abbia determinato il decesso oppure abbia contribuito a farlo».
UN MIX MICIDIALE Anna cessò di vivere tra le 2,30 e le 4 del mattino del 30 agosto per un «edema polmonare acuto massivo che ha determinato nella donna un arresto cardiorespiratorio irreversibile, per azione sinergico additiva sul sistema nervoso centrale dell'etanolo e della carbamazepina»: tradotto, a causa di un mix micidiale di medicine che la donna assumeva per la sua patologia, e di alcol che qualcuno le fece bere, visto che Anna era astemia.
GLI IMPUTATI Ma i giudici, nel sostenere che la violenza sessuale è stata sicuramente compiuta contro la volontà della vittima, affermano anche che «non vi è prova che gli imputati abbiano avuto un ruolo deterministico nello stato di intossicazione della Carlini, né che siano stati loro a portarla nel tunnel», di fatto escludendo l’ipotesi omicidio. Il collegio (presidente Maria Michela Di Fine, giudici a latere Anna Fortieri e Virginia Scalera) conclude la sentenza ribadendo che «a fronte della già ampiamente esposta valutazione della sussistenza di un elevato grado di probabilità di un intervento salvifico sulla persona della Carlini ove fossero stati allertati i soccorsi, l'istruttoria non ha, invece, offerto una ricostruzione causale alternativa, talchè non può essere posto in dubbio il nesso eziologico tra l'omissione posta in essere dagli imputati e l'evento morte».
LA PARTE CIVILE E le sorelle di Anna, Isabella e Jessica Martello, che hanno tentato fino all'ultimo di far cambiare il reato in omicidio, non vogliono accettare queste motivazioni che, a loro dire, sono lacunose e affidano tutte le loro speranze a un eventuale ricorso della procura contro la sentenza di primo grado.
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