«Morta per la diagnosi sbagliata» Chiesti 5 milioni di risarcimento

12 Maggio 2021

Rinviata a novembre l’udienza a carico dei tre medici indagati: la Asl citata come responsabile civile Per l’accusa, i sanitari scambiarono i sintomi dell’encefalite della 33enne con problemi psichiatrici

PESCARA. Sfiora i cinque milioni di euro la richiesta di risarcimento danni avanzata dai familiari di Veronica Costantini, la giovane madre di due figli, di Montesilvano. La donna, 33 anni, morì in ospedale per una diagnosi sbagliata, stando almeno a quanto scrive il pm Andrea Papalia nella sua richiesta di rinvio a giudizio con la quale vuole il processo per tre medici dell’ospedale civile di Pescara accusati di omicidio colposo: il dirigente medico di malattie infettive, Giulio Colella («per non aver diagnosticato tempestivamente la patologia di encefalite su base infettiva»), il dirigente medico del servizio psichiatrico, Annamaria Pace, e il responsabile dello stesso servizio, Antonio D’Incecco.
Ieri era in programma l’udienza davanti al gup Elio Bongrazio che avrebbe dovuto decidere sul rinvio a giudizio, ma la parte civile (rappresentata dall’avvocato Anthony Hernest Aliano), dopo aver deposito la costituzione dei familiari della vittima, ha chiesto e ottenuto dal giudice la chiamata in causa, quale responsabile civile, della Asl di Pescara. Per cui è stato disposto il rinvio al 9 novembre prossimo per la discussione: quando la Asl potrà cioè interloquire sulla sua chiamata.
La povera Veronica morì a soli 33 anni per un edema cerebrale massivo provocato da una encefalite derivante da un herpes. Una patologia sicuramente grave, ma che se affrontata con le giuste cure avrebbe potuto salvare la vita a quella giovane madre e moglie.
Ma quei sintomi non sarebbero stati compresi dai medici che si occuparono di lei nei due ricoveri avvenuti a distanza di un giorno uno dall’altro. Quei sintomi, invece, vennero scambiati per problemi psichici («uno stato confusionale da sospetta psicosi all’esordio») e la paziente venne quindi ricoverata addirittura nel reparto psichiatrico dove entrò in coma per poi essere trasferita in rianimazione, dove morì.
Una vicenda della quale si interessarono anche i vertici del ministero della Salute che inviarono a Pescara una task force per far luce su quel decesso.
Veronica accusò i primi sintomi il primo aprile del 2019 (morì il 6 aprile) e venne trasportata in ospedale, ma nella stessa notte venne dimessa. Il 3 aprile nuovo ricovero a causa delle condizioni che peggioravano. Poi il coma e la morte.
Sulla testa degli imputati pesa soprattutto l’esame autoptico dove il medico legale, Cristian D’Ovidio, e l’infettivologo Pierluigi Viale, nominati dal pm Andrea Papalia, parlano senza mezzi termini di «criticità sia di natura organizzativa della struttura nella gestione di un caso complesso e dalle caratteristiche multidisciplinari, sia nell’operato dei sanitari intervenuti».
I due consulenti hanno anche aggiunto che «al difetto organizzativo emerso si siano andate a sommare singole condotte dei sanitari intervenuti, con particolare riferimento al consulente infettivologo (chiamato in pronto soccorso) e ai sanitari di psichiatria».
Davanti a un «quadro clinico ingravescente», spiegano i consulenti, «non sottoponevano la paziente ad accertamenti diagnostici necessari», per cui «è possibile ravvisare i caratteri di una complessiva omissione diagnostica a fronte di elementi che avrebbero consentito, con elevato grado di credibilità razionale, di raggiungere una diagnosi e di instaurare una corretta terapia che avrebbe concesso buone chances di guarigione e sopravvivenza a Veronica Costantini, nonostante l’encefalite erpetica rimanga una condizione clinica grave».
Da qui la richiesta milionaria di risarcimento danni con una provvisionale di almeno mezzo milione di euro per ogni parte civile (che sono cinque). Tutto quindi è ora rinviato al 9 novembre prossimo.
©RIPRODUZIONE RISERVATA