Morto l’oculista Sborgia: una vita di lavoro a Bari ma con il cuore a Pescara

19 Dicembre 2020

Il medico specializzato anche in medicina dello sport aveva 82 anni Tifoso sfegatato del Delfino, aveva uno studio in corso Vittorio

PESCARA. Si era trasferito a Bari dopo la laurea, ma il legame con la sua Pescara non si è mai interrotto completamente e neppure con i suoi amici del cuore pescaresi. La notizia della morte di Gianfranco Sborgia è arrivata nel giro di poche ore nel capoluogo adriatico dove il noto oculista ha mantenuto il suo studio medico a lungo, su corso Vittorio Emanuele, per decenni, pur vivendo e lavorando a Bari. E, inevitabilmente, tornano a galla tutti i ricordi di un tempo, della gioventù nella zona di piazza Santa Caterina, perfino della scuola.
Per Concezio Renzetti «era un amico fraterno» e in queste ore i pensieri che si rincorrono sono colmi di affetto e di stima perché Sborgia, morto a 82 anni, «era una persona adorabile, oltre a essere un notissimo oculista. E fino a pochi anni fa tornava nella sua città, perché a Pescara aveva molti amici. E il suo cuore batteva per i biancazzurri. È stato un grande tifoso del Pescara», dice sempre Renzetti. E la sua fede viene ricordata anche da uno dei figli di Sborgia, Maria Emanuela, che ripercorre l'ultimo periodo di vita del padre, un professore ordinario di Oculistica che ha lavorato alla clinica oculistica di Bari e aveva tante specializzazioni, tra cui quella in medicina dello sport (era consulente del Centro di medicina dello sport) e ancora in attività.
Tutto è cominciato con un shock settico ma dopo un mese di ricovero in ospedale si era ripreso ed è tornato a casa, il 23 novembre. Ma nel giro di pochi giorni si è fatto avanti lo spettro del Covid e i primi di dicembre «siamo risultati positivi: all'inizio è rimasto a casa ma poi il 5 ha chiamato lui stesso l'ambulanza ed è stato ricoverato nel reparto Covid». È morto due sere fa portandosi via tutto ciò che avrebbe ancora potuto dare, alla sua famiglia innanzitutto, ma non solo. «Era un uomo molto colto, preparato davvero su tutto. Un dispensatore di consigli, ma sopra ogni cosa era una gioia per tutti noi»: i 4 figli, Maria Emanuela, Giuseppe, Luigi e Eda, i sei nipoti, gli amici.
Proprio Maria Emanuela ha scritto una lunga lettera al suo adorato padre, un condensato di affetto e istantanee di una vita vissuta insieme, vicini. Tra i ricordi quelli sulle «sconfitte del Pescara», e poi «le chiacchierate e le litigate, i consigli per tutti, il tuo infinito amore per mamma, le visite di noi figli, dei tuoi nipoti e di tuo fratello». «Adesso mi manchi, mio leone sconfitto da un virus mostruoso», scrive ancora. «Tanti fatti avevo ancora da raccontarti, troppe le gioie ancora da assaporare. Adesso anche solo stringerti la mano mi basterebbe, speravo fino alla fine di vederti leggere i tuoi libri ed ammirare le tue foto disseminate per la casa, o seduto sulla tua super poltrona a indovinare la parola dell'Eredità. Ora non so con chi parlerò, a chi confiderò i segreti del mio cuore, con chi piangerò e riderò perché mai nessuno mi potrà mai capire come te, spero di parlarti guardandoti negli occhi ogni notte, nei miei sogni. Ciao papà grande immenso nonno, ora puoi riabbracciare la nostra mamma e salutarla per noi».
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