«Morì per diagnosi superficiale» Tre medici rischiano il processo

PESCARA. Tre medici rischiano il processo per la morte di Elvira Ferri, 57 anni, avvenuta all’ospedale di Pescara tre anni fa in un reparto senza dottori. Il pm Gennaro Varone, che ha coordinato le...
PESCARA. Tre medici rischiano il processo per la morte di Elvira Ferri, 57 anni, avvenuta all’ospedale di Pescara tre anni fa in un reparto senza dottori. Il pm Gennaro Varone, che ha coordinato le indagini dei carabinieri forestali, ha infatti presentato la richiesta di rinvio a giudizio per omicidio colposo a carico del primario di Medicina, Giancarlo Traisci, e dei medici del reparto, Antonio La Torre e Giancarlo Di Battista, perché avrebbero «omesso colpevolmente, per negligenza ed imperizia inescusabile, in cooperazione colposa tra loro, di disporre l’approccio diagnostico terapeutico salvavita, adeguato alla evidente grave ed allarmante ipopotassiemia (risultante con evidenza dai tre esami emogasanalitico ed ematochimici) che affliggeva la donna ricoverata e affidata alle loro cure».
La 57enne era stata ricoverata l’11 febbraio 2014 d’urgenza per crisi respiratorie recidivanti ed era deceduta il 13 febbraio nel suo letto del reparto di Medicina 2, dopo essere stata colta da aritmia ventricolare grave «in conseguenza», sempre secondo la procura, «della e non adeguatamente curata ipopotassiemia». Una morte sospetta che aveva spinto prima i familiari della 57enne a presentare un esposto per chiarire l’accaduto e poi il pm ad aprire un’inchiesta ipotizzando «colpevoli omissioni» da parte dei medici.
Il caso aveva avuto una certa risonanza anche sui social, dopo che il nipote della donna, l’invasore dei campi di calcio Mario Ferri, aveva pubblicato sulla propria pagina Facebook la vicenda. In particolare, La Torre è finito nei guai perché avrebbe «omesso l’adozione di immediata terapia idonea a contrastare la grave ipopotassiemia, evidente dall’esame delle analisi chimiche».
Di Battista invece avrebbe «prescritto una sommistrazione di potassio inidonea alla cura: tanto per il dosaggio inadeguato alla gravità della situazione; quanto per la via di somministrazione imperitamente prescelta, quella orale», avrebbe, inoltre, omesso «di disporre con la dovuta sollecitudine i controlli del caso» e non avrebbe segnalato «il caso per l’urgenza che rappresentava».
Il primario Traisci invece, sempre secondo Varone, non avrebbe esaminato le risultanze degli esami ematochimici, avrebbe omesso di «trarre le conclusioni terapeutiche che si imponevano» e di «prendere cognizione delle condizioni di Elvira Ferri, ossia non traeva dal complessivo quadro clinico le dovute conclusioni terapeutiche e di cautela (prescrivendo, come avrebbero dovuto, opportuna integrazione del potassio ed efficace monitoraggio di una situazione che doveva ritenersi assolutamente preoccupante per il rilevante rischio di vita che essa presentava)».
Dagli accertamenti dei carabinieri forestali, è anche emerso che nessun medico il pomeriggio del 12 febbraio era in servizio nel reparto di Medicina e che nessun medico avrebbe controllato le analisi delle 13,57, giunte in reparto alla fine del turno di servizio.
Quel pomeriggio, secondo l’accusa, venivano assicurate solo le urgenze da un medico interdivisionale che doveva vigilare contemporaneamente 4 reparti. Il pm ritiene il primario colpevole di non aver organizzato il reparto «in modo da garantire la presenza, nel pomeriggio del 12 febbraio, di un medico in grado di ricevere consegna dai medici della mattina ed esaminare il referto ematochimico delle 13,57, in modo da trarne le dovute conclusioni. Circostanza che avrebbe salvato la vita di Elvira Ferri».
L’udienza davanti al giudice per le udienze preliminari, Elio Bongrazio, si terrà il prossimo 11 aprile. Sarà il giudice a decidere se archiviare il caso o se mandare i tre medici a processo.
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