«Morì per una diagnosi sbagliata» Chiesto il processo per tre medici

6 Febbraio 2021

Il 9 marzo l’udienza. Veronica Costantini, 32 anni, madre di due figli, andò in ospedale per due volte Lo stato confusionale causato dall’encefalite (che poi la uccise) fu scambiato per un problema psichico

MONTESILVANO. E sarà il giudice per l’udienza preliminare, Elio Bongrazio, a stabilire, il 9 marzo prossimo, le eventuali responsabilità di tre medici dell’ospedale civile di Pescara in relazione alla morte di Veronica Costantini, 32 anni, giovane moglie e madre di due figli, deceduta a causa di una diagnosi sbagliata, come sostiene il pm Andrea Papalia che aveva concluso l’inchiesta chiedendo appunto il processo per i tre imputati. Si tratta del dirigente medico di malattie infettive, Giulio Colella (difeso da Augusto La Morgia e Augusto Di Boscio); di Annamaria Pace (assistita da Guido Cappuccilli) e Antonio D'Incecco (difeso da Gianluigi Tucci e Federico D'Incecco), la prima in qualità di dirigente medico del servizio psichiatrico, il secondo di responsabile dello stesso servizio.
Per tutti l’accusa è quella di omicidio colposo per non aver diagnosticato la causa del malore che aveva portato in ospedale la donna per ben due volte a distanza di pochi giorni, e soprattutto di non aver approntato tutti gli esami necessari e la terapia che avrebbe potuto salvare Veronica. Un malore che era stato scambiato per un problema psichico: difficoltà nel parlare che non sarebbero state adeguatamente valutate, tanto da smistare la paziente nel reparto di psichiatria per «uno stato confusionale da sospetta psicosi all'esordio».
Una vicenda della quale si interessarono anche i vertici del ministero della Salute che inviarono a Pescara una task force per far luce su quel decesso: personale del ministero, esperti dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, dell’Istituto superiore di Sanità e carabinieri del Nas. Loro compito fu quello di raccogliere ogni utile informazione e materiale su quel decesso e sui due accessi in ospedale della donna, per capire se a «determinare la morte abbiano contribuito difetti organizzativi e se siano state rispettate tutte le procedure previste a garanzia della qualità e sicurezza delle cure».
Veronica accusò i primi sintomi il primo aprile del 2019 (morì il 6 aprile) e venne trasportata in ospedale, ma dopo una notte venne dimessa. Qualche giorno più tardi, il 3 aprile, nuovo ricovero per le condizioni che peggioravano. Il risultato dell’autopsia eseguita dal professor Cristian D’Ovidio, al quale il pm Papalia affiancò un infettivologo, parlò di morte per «ipertensione endocranica maligna secondaria ad encefalite erpetica complicata da arresto cardiocircolatorio»: insomma un edema cerebrale massivo provocato da una encefalite derivante da un herpes. La presenza dell’infettivologo era giustificata dal fatto che la paziente venne sottoposta a una consulenza di un infettivologo (Calella), richiesta dal pronto soccorso visto il sospetto di encefalite in presenza di cefalea, stato febbrile e stato confusionale. Ma quel sospetto non venne confermato, anzi lo specialista mise nero su bianco l’esclusione di «qualsiasi problematica di carattere infettivologico e di infezioni acute del Snc» e la donna spostata in psichiatria dove, anche qui, quei chiari disturbi, sostiene l’accusa, non vennero adeguatamente valutati da Pace e D'Incecco, accusati dal magistrato di «non aver rivalutato il sospetto diagnostico anche attraverso la tempestiva richiesta di nuova consulenza infettivologica e la tempestiva richiesta ed esecuzione di esami laboratoristici e accertamenti strumentali».
La procura ritiene che i tre medici abbiano dunque agito con negligenza e imperizia per «non aver diagnosticato tempestivamente la patologia di encefalite su base infettiva da cui era affetta la paziente e conseguentemente di non aver adottato l'adeguato e corretto percorso terapeutico».
La famiglia (le parti offese son ben cinque), seguita in questo percorso giudiziario dall’avvocato Anthony Hernest Aliano, presentò una denuncia per accertare eventuali responsabilità. Adesso la parola passa al gup.
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