’Ndrangheta, un arresto a Pescara Sequestrate le quote di tre attività

27 Luglio 2022

Le indagini partite da Reggio Calabria, con 12 arresti, sono arrivate anche in città e a Montesilvano Domenico Suraci raggiunto dalla misura nel capoluogo adriatico: a lui sono riconducibili market e bar

PESCARA. Giocano un ruolo importante le città di Pescara e Montesilvano nell'ambito della complessa operazione “Planning”, voluta dalla Direzione distrettuale Antimafia, diretta dal procuratore Giovanni Bombardieri, e condotta dalla Dia e dal comando provinciale della guardia di finanza di Reggio Calabria, che ha portato a 12 arresti e al sequestro preventivo, finalizzato alla confisca per equivalente, di 28 imprese, di cui una con sede legale in Slovenia, una in Romania, e 27 unità immobiliari, oltre a quote societarie e disponibilità finanziarie per un valore complessivo di oltre 32 milioni di euro.
Un'operazione ad ampio raggio che ha interessato, oltre che Calabria e Abruzzo, anche Lombardia e Lazio, contro presunti affiliati alla ’ndrangheta e anche nei confronti di imprenditori collusi del settore edilizio e della grande distribuzione.
DOMINIK E IL CALCIATORE
La Guardia di finanza di Pescara ieri mattina ha dato esecuzione a una delle misure cautelari disposte dal gip di Reggio Calabria e ha arrestato a Pescara, dove risiedeva, Domenico Suraci, detto Dominik, personaggio molto noto a Reggio dove è stato anche consigliere comunale, uno dei personaggi di spicco dell’operazione che, attraverso dei prestanome, gestiva due supermercati di una importante catena nazionale, uno a Montesilvano e uno a Pescara (le cui quote sono state sequestrate), oltre a una caffetteria sempre ubicata a Montesilvano e piuttosto nota. Oltre a lui risulta coinvolto nell'inchiesta anche l’ex idolo della Reggina Calcio, Ciccio (Francesco) Cozza, risultato essere uno dei prestanome delle società che operavano tra Pescara e Montesilvano.
DALLA CALABRIA ALL’ABRUZZO
Una indagine che abbraccia un arco temporale che va dal 2011 al 2021, «integrata», come scrive nel comunicato stampa la Finanza, «da plurime e convergenti dichiarazioni di collaboratori di giustizia che hanno permesso di alzare il velo su una intensa attività commerciale anche fuori regione, proprio al fine di eludere le sempre più ripetute misure di prevenzione che colpivano gli affiliati. Per allontanare i sospetti, quindi, quei capitali collegati alle attività criminali della Calabria, andavano investiti fuori regione, e l’Abruzzo era una delle regioni individuate per questo tipo di operazione. Era una sorta di «scambio commerciale», dove le cosche incameravano guadagni, diversificando le attività su altre regioni e «parallelamente avrebbero agevolato l’espansione delle iniziative imprenditoriali sul territorio, a discapito dei concorrenti, tutelandone gli interessi anche con l’esercizio della forza intimidatoria».
SUPERMERCATI E ’NDRANGHETA
«Secondo quanto ricostruito nel corso delle indagini», si legge ancora nella nota della finanza di Reggio Calabria, «sarebbero stati acquisiti elementi integranti l’esistenza di un’associazione a delinquere nel cui ambito imprenditori attivi nel settore edile e della grande distribuzione alimentare - taluni dei quali già coinvolti in indagini penali e destinatari di misure di prevenzione - avrebbero stretto una pluralità di accordi con famiglie di ’ndrangheta, agevolando l’infiltrazione della consorteria in quei settori attraverso la compartecipazione occulta di loro esponenti alle iniziative economiche, gestite ed organizzate per il tramite di imprese fittiziamente intestate a terzi, ovvero mediante l’affidamento di numerosi servizi e forniture a imprenditori espressione dell'associazione criminale».
Così, parte dei profitti accumulati, una volta “ripuliti”, sarebbero stati successivamente trasferiti in maniera occulta, attraverso «fittizie operazioni commerciali e fittizi rapporti giuridici, al fine di dirottare liquidità verso i titolari effettivi delle operazioni economiche, incluse le cosche di ’ndrangheta, e anche al fine di ostacolare le indagini, eludendo l’applicazione delle misure di prevenzione patrimoniali e consentendo l’impiego e l’autoriciclaggio dei proventi illeciti».
I REATI
Fra i reati contestati a vario titolo non solo ai dodici arrestati (di cui otto in carcere e quattro ai domiciliari), ci sono l’associazione a delinquere e concorso esterno nello stesso reato, impiego di denaro di provenienza illecita, autoriciclaggio e trasferimento fraudolento di valori, tutti reati aggravati dalle modalità mafiose. Al centro dell'inchiesta della distrettuale calabrese, in particolare i rapporti con la cosca dei De Stefano.
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