Negozi di abbigliamento chiusi I titolari: siamo i più penalizzati

Dopo il Black Friday le attività adesso rischiano di perdere anche gli incassi del ponte dell’Immacolata Oggi alle 17 cerimonia a piazza della Rinascita per accendere le luminarie e far partire la filodiffusione
PESCARA. Da due settimane continuano quotidianamente ad alzare le serrande dei negozi e ad accendere le luci all’interno, nonostante la porta d’ingresso delle attività rimanga poi chiusa a chiave per l’intera giornata. I commercianti del centro hanno addobbato tutte le vetrine con i simboli del Natale, in attesa dell’accensione delle luminarie e dell’avvio della filodiffusione programmate oggi alle 17 con una cerimonia in piazza della Rinascita, cercando in questo modo di tenere in piedi una routine lavorativa che, nei fatti, si scontra con le restrizioni della zona rossa e con l’obbligo di chiusura al pubblico dei negozi di abbigliamento per adulti. Un divieto che, salvo ripensamenti, potrebbe prolungarsi almeno fino al 10 dicembre, facendo così saltare l’altro grande appuntamento dello shopping, rappresentato dal ponte dell’Immacolata.
È per questa ragione che Simona Cavalazzi, titolare della boutique “Jeunesse”, parla di «ingiustizia sociale» perché «l’80 per cento dei negozi è regolarmente aperto e noi invece dobbiamo restare chiusi perché considerati potenzialmente infetti». «Sabato scorso», protesta, «si passeggiava in centro come se fosse una giornata normale. Per noi è una perdita enorme che stiamo subendo in un periodo nevralgico in cui, in tempi normali, avremmo incassato tra il 30 e il 40 per cento di tutto il guadagno annuo. Adesso, se saltiamo anche l’8 dicembre, sarà finita». Cavalazzi fa appello al presidente della Regione Marco Marsilio affinché «risolva questa situazione che ha creato lui stesso firmando l’ordinanza per la zona rossa ancora prima che lo decretasse il Governo» e si dice «non rappresentata da nessuna associazione di categoria». Un grido d’aiuto, il suo, condiviso da molti colleghi come Roberta Barone di “Antonella” in via Roma. «Ci sentiamo discriminati rispetto a tanti nostri colleghi», dice, «mi sento impotente, delusa, piena di rabbia. Non chiedo nulla, vorrei soltanto continuare a lavorare con criterio, come ho sempre fatto in questi mesi, rispettando le misure di sicurezza, gli ingressi contingentati e con le sanificazioni. Ci hanno già precluso il Black Friday che, se da un lato ci penalizza per la scontistica, dall’altro ci consente di avere liquidità fondamentali. Adesso, se dobbiamo rimanere chiusi ancora, tanto vale appendere un cartello funebre con la scritta “Siamo morti”».
Michele Pace di Wp store si dice «frustrato dalla situazione e dall’incompetenza dimostrata dai nostri politici, a partire da Marsilio, poiché per colpa sua viaggiamo con una settimana di ritardo rispetto alle altre regioni». Invece Vittoria e Ottavio Battista di Glam, pur sentendosi «penalizzati dalla zona rossa» raccontano di essersi organizzati con le vendite online «grazie soprattutto alla nostra pagina Instagram che funziona bene e quindi, rispetto agli altri, soffriamo di meno, anche se il negozio fisico comporta spese importanti che non possiamo coprire solo con il canale online».
Un messaggio di ottimismo «nonostante le difficoltà del momento» arriva invece da Paolo Di Clemente che, insieme agli altri due soci Roberta Di Clemente e Franco Cardarelli, ha aperto un secondo punto vendita targato “Project” in via Nicola Fabrizi, dopo il primo in via Trento, all’angolo con via Sulmona. «Stiamo allestendo le vetrine con l’albero di Natale», racconta, «perché vogliamo essere positivi, con la speranza di poter rialzare le serrande già da questo weekend. Abbiamo inaugurato il secondo negozio a giugno, dopo il lockdown. È stata una scommessa, ma ci vogliamo credere ed essere entusiasti, lanciando un segnale positivo che possa essere di buon auspicio per tutti, con l’obiettivo di riaprire e non chiudere più».
Non se la passa bene nemmeno Eugenio Ciancetta, co-titolare del negozio di articoli per bambini “Bebè” a piazza della Rinascita. Pur essendo tra gli esercizi aperti, infatti, lamenta guadagni ridotti al minimo. «Intorno a noi c’è il vuoto», evidenzia, «sono tutti chiusi eccetto il parrucchiere. Passiamo le giornate con i clienti che entrano solo di rado. Di giorno un po’ di passeggio c’è, ma dopo le 17 con il buio la città si ferma e diventa anche un problema per la nostra sicurezza visto che non ci sono controlli. La vedo dura perché abbiamo impegni con i fornitori per il pagamento della merce, ci sono poi gli affitti, le utenze. Dopo la crisi è arrivata questa pandemia a metterci in ginocchio».
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