Nell’era di Renzi la parola è show

4 Ottobre 2016

Lingua e comunicazione: il nuovo politichese

di MICHELE A. CORTELAZZO

Si può concordare o meno sulle scelte compiute, e sugli obiettivi comunicativi prefigurati, ma nessuno può negare che Matteo Renzi abbia rivoluzionato la comunicazione politica della sinistra. Renzi ha portato anche nel suo partito la spettacolarizzazione e la personalizzazione: due caratteristiche che, dopo le prime esperienze nel periodo della prima Repubblica, con le personalità molto diverse di Pannella e Craxi, da Silvio Berlusconi. Nell’attuale legislatura spettacolarizzazione e personalizzazione hanno fatto un doppio balzo in avanti, con l’entrata diretta nell’agone politico di un uomo di spettacolo come Beppe Grillo e con le scelte di Matteo Renzi. Renzi ha perseguito a fondo quello che è stato ritenuto il nuovo approccio della comunicazione politica nella cosiddetta seconda Repubblica: il passaggio dal paradigma della superiorità (il politico si erge al di sopra dell’elettorato e, anche linguisticamente, lo guida) a quello del rispecchiamento, nel quale il politico si fa, anche linguisticamente, simile al suo elettorato e si confonde con esso.

Renzi ha imboccato decisamente questa strada, con precise scelte di strategia oratoria, linguistiche ed extralinguistiche. Innanzi tutto ha abbracciato decisamente l’informalità, resa visibile con grande evidenza dal suo costante parlare a braccio (sia pure sulla base di un copione perfettamente organizzato), anche nelle occasioni pubbliche più solenni. Poi ha fatto suo un marcato utilizzo della narrazione, come tratto portante della sua oratoria, a volte anche a scapito dell’argomentazione, come avviene sempre più spesso nella comunicazione politica, e non solo politica, di oggi («Le donne e gli uomini del nostro tempo hanno bisogno di emozioni, di una storia alla quale credere, soprattutto se il finale è da scrivere insieme», ha dichiarato qualche anno fa l’attuale presidente del Consiglio, che non nasconde certo i principi della sua strategia oratoria). Accanto alla narrazione, ha ampio spazio il ricorso al dialogo fittizio, con un massiccio utilizzo di una tecnica di lunga tradizione (anche negli spettacoli teatrali o del cabaret): l’introduzione di “anonime voci obiettanti”, come le ha esattamente definite Davide Colussi, grazie alle quali le possibili obiezioni alle affermazioni dell’oratore vengono fatte entrare nel discorso dall’oratore stesso, che poi ha tutto l’agio di controbatterle, tenendo sempre in mano le carte del gioco («“tu non sei di sinistra perché non parli di lavoro!” No, sei tu che non sei di sinistra perché non aiuti a creare lavoro»). In coerenza con queste linee di fondo, il lessico è orientato alla semplicità, comprensibilità, concretezza, franchezza, trasparenza, la sintassi è leggera, la serietà del discorso è mitigata dall’introduzione di spiritosaggini. Le stesse citazioni, con le quali gli oratori frequentemente rafforzano le loro asserzioni, sono sì dotte, anche se a volte dissimulate (da Altiero Spinelli a Giorgio La Pira, da Massimo Recalcati a poeti o scrittori come Alda Merini, William Wordsworth, Gilbert Keith Chesterton). Ma ben più spesso sono tratte dalla cultura pop, sua e del suo pubblico, giovane e meno giovane: Bersani (inteso come Samuele), Gigliola Cinquetti, Luciano Ligabue; e poi, film di successo come L’attimo fuggente, La ricerca della felicità o Massimo Troisi, o anche Walt Disney.E ancora, Renzi sviluppa una marcata tendenza alla battuta icastica, meglio se arguta, che trova spazio soprattutto nei nuovi generi testuali, dal blog al tweet. Solo quando si tratta di svolgere la concreta attività di governo riemergono i vecchi caratteri del politichese, la vaghezza, l’ambiguità, la scarsa chiarezza, ridisegnati secondo criteri più moderni, quale può essere il ricorso al forestierismo per indicare provvedimenti o istituti legislativi non ampiamente condivisi (basta ricordare il caso di jobs act o di stepchild adoption).

Di questi temi, ovviamente con maggior ricorso ai particolari, parlo oggi a Firenze, all’Accademia della Crusca, nel ciclo di manifestazioni che va sotto il nome di “Piazza delle lingue” e che quest’anno è dedicato al tema “Firenze e la lingua italiana”. In questo quadro c’è una domanda di fondo: quanto dello stile oratorio renziano deriva da scelte generali di comunicazione politica, e quanto proviene, invece, dal suo essere fiorentino?

A prima vista la risposta sembrerebbe semplice: a parte l’inconfondibile accento (ma tutti noi italiani ci portiamo dietro, bene o male, l’accento nativo), e a limitatissime scelte sintattiche («Mamma mia, Matteo, come tu l’hai presa lunga!») o lessicali (per es. sortire per “uscire”), presenti in genere però in citazioni, tutto questo non c’entra con la regionalità. Ma ricordando una vecchia osservazione di Ugo Ojetti che, nel “Corriere della Sera” del 1932, individuava nell’«indole tutta reale», nell’«arguzia concisa», nella «semplicità dei modi» i tratti prevalenti del toscano, possiamo immaginare che gli intendimenti comunicativi del Presidente del Consiglio abbiano trovato nel sostrato fiorentino la base più feconda per sviluppare il suo cambio di immagine comunicativa della sinistra. In questo è stato aiutato anche dal terreno propizio che, inconsapevolmente, gli avevano preparato i comici toscani, da Hendel a Panariello a Pieraccioni, che nel ventennio precedente avevano accreditato al toscano un alone di simpatia, leggerezza, comicità. Così come spigliatezza, narratività, dialogicità sono quanto meno compatibili con modalità espressive che, almeno nella percezione di noi non toscani, sembrano caratterizzare la toscanità colloquiale. Insomma: sì, chi ha costruito il profilo comunicativo di Matteo Renzi ha lavorato su pilastri ormai comuni a tutta la comunicazione politica in giro per il mondiale, spettacolarizzazione, personalizzazione, leggerezza, spiritosità. Ma ha trovato nelle caratteristiche linguistiche personali di Renzi il miglior terreno per coltivare queste tendenze in modo tale che appaiano (ma probabilmente anche lo sono) caratteristiche spontanee e native del Presidente. Così Renzi si può presentare, con una piena naturalezza che nega o nasconde qualsiasi processo di costruzione del personaggio pubblico, da una parte come persona simpatica e alla mano, dall’altra come uomo spontaneo e, in quanto tale, sincero.