Nessun abuso edilizio, era solo una recinzione

28 Gennaio 2017

L’ampliamento del resort sott’accusa. Il legale: «Mai costruito sull’area in concessione». Il documento

PESCARA. Questa è la storia di una intricata vicenda giudiziaria. Iniziata negli spazi verdi a pochi metri dall’ingresso del resort Gran Sasso di Rigopiano. Proprio lassù dove, a 1.200 metri di quota, la devastante valanga di dieci giorni fa si è portata via un hotel da sogno e la vita di ventinove persone. Una vicenda riemersa nelle ore drammatiche della tragedia, quando il fango e la neve hanno cancellato una delle più belle strutture alberghiere d’Abruzzo, rilanciando anche il terribile sospetto che quell’ampliamento, da albergo di montagna a resort quattro stelle, fosse avvenuto a colpi di abusi edilizi e di mazzette. E invece le carte parlano chiaro: «Nessun abuso edilizio per l’hotel Rigopiano».

Lo dice l’avvocato Liborio Romito, legale di Paolo Del Rosso per il periodo in cui quest’ultimo era ancora amministratore, con il cugino Roberto, della società proprietaria del resort. Lo stesso legale che dopo dieci giorni di dolore e polemiche, ha deciso di tirare fuori foto e mappa del resort per spazzare via, una volta per tutte, il sospetto aleggiato sui media in questi giorni. «Ci si è concentrati su questo processo», rileva il legale, «ventilando l’abuso edilizio a carico dei due amministratori della società proprietaria, che non vi è mai stato. E generando il sospetto che il manufatto fosse stato ristrutturato in modo abusivo e non nel rispetto delle normative».

Ma ripercorriamola, questa storia, finita nel novembre scorso con un’assoluzione generale. Perché al di là dei contenuti e degli esiti del processo durato sette anni, offre uno spaccato delle difficoltà e dei problemi con cui si fa impresa in Abruzzo. Tenendo conto che, nella motivazione del verdetto sugli ipotizzati abusi di legge, si parla “di una zona grigia moralmente sgradevole ma penalmente irrilevante, comportamenti abituali (in questo paese) di soggetti titolari di potere, i quali ritengono di utilizzare la loro posizione di primazia per assicurare vantaggi a familiari e amici, consapevoli che il potere a loro affidato comporti di per sé tali privilegi». E tutto per un’area verde «rilasciata dal Comune di Farindola dove non è mai stato costruito nulla». Un’area, come rimarca il legale, «che si trova sul fronte opposto a quello in cui è caduta la valanga e non vi è stato edificato alcunchè. Serviva semplicemente per allontanare la linea di recinzione tra il centro benessere, posto sempre a valle della struttura, e l’area circostante sulla quale pascolavano gli animali». La vicenda inizia nel 2008, quando Roberto Del Rosso e il cugino Paolo, rimasti unici amministratori della società dopo l’uscita degli altri cugini eredi della struttura originaria dell’albergo, stavano realizzando il centro benessere. «Nel cantiere», riferisce Romito, «entravano gli animali e per impedirne l’accesso ed eventuali danneggiamenti misero una rete da cantiere per creare un’area cuscinetto a protezione della struttura».

Un’area di circa 3mila metri quadrati per cui, però, il Comune gli contestò l’occupazione di suolo pubblico. «Fu allora che chiesero e ottennero l’area in concessione, dietro un canone annuo di 4-5mila euro. E questa delibera divenne oggetto del processo». A contestare la delibera del consiglio comunale di Farindola, secondo quanto ricostruisce l’avvocato, fu un consigliere di minoranza. Secondo il consigliere, quella delibera non doveva essere votata da consiglieri e amministratori che avevano i familiari impiegati nell’albergo. Una contestazione che divenne poi motivo di indagine per il pm Gennaro Varone impegnato, in quel periodo, in una più vasta inchiesta sulla corruzione nell’area vestina. Il pm si mise infatti a indagare anche su quel pezzo di terra dato in concessione ai Del Rosso. Ipotizzando, anche in questo caso, il reato di corruzione per l’allora sindaco di Farindola De Vico e altri amministratori.

Ma su che cosa si basava l’ipotesi di corruzione?

«Il pm», chiarisce Romito, «si basò sull’esistenza di tre atti corruttivi». Il primo: un versamento di 26mila euro all’allora sindaco De Vico. «Era un debito che lo zio dei Del Rosso, Ermanno Del Rosso, aveva contratto con il padre del sindaco quando, nel 1970, aveva costruito l’albergo. Quando Ermanno poco prima di morire lascia la struttura in eredità ai nipoti gli fa presente che ci sono questi soldi da restituire. Così, fatta la rivalutazione della cifra dal 1970 al 2008, anno in cui Paolo e Roberto Del Rosso ricomprano con la Del Rosso srl le quote degli altri eredi, a questi ultimi viene scorporata la quota del debito con De Vico e si comincia a pagare. «Ma», sottolinea illegale, «fu una cosa concordata davanti a un notaio, con una scrittura privata fra tutti gli eredi».

Il secondo atto corruttivo contestato: la promessa di un presunto finanziamento al Pd, il partito di maggioranza in Comune. Dice l’avvocato: «In realtà si trattava dei canoni dovuti per la gestione del rifugio Tito Acerbo, soldi versati con assegni, incassati regolarmente dal Comune: circa 10mila euro l’anno, ma il rifugio lo tennero fino al periodo a cavallo tra il 2009 e il 2010».

Terza contestazione alla base della presunta corruzione, le assunzioni di familiari nell’hotel riferibili a componenti del consiglio comunale.

«Ma», rimarca ancora l’avvocato, «erano assunzioni fatte, per il centro benessere, da una società romana che aveva preso in gestione la spa, e per il personale dell’albergo attraverso selezioni fatte dal direttore dell’albergo, una figura esterna alla società. E comunque si cercò di prendere persone di Farindola ed è chiaro che in un paese così piccolo capitarono persone riferibili anche ai consiglieri comunali. Di maggioranza e opposizione».

Tutto questo per arrivare all’assoluzione, perché il fatto non sussiste, dello scorso novembre. «Il presunto reato era prescritto ad aprile del 2016, ma non ci avvalemmo dell’intervenuta prescrizione perché era talmente evidente l’insussistenza di elementi di colpevolezza che la difesa preferì discutere nel merito la causa, per arrivare a una sentenza di assoluzione piena. Detto questo, spero che ora ci si concentri sulle vere cause del disastro: la mancata realizzazione da parte della Regione di un piano neve e valanghe, come previsto dalla legge regionale 47 del 1992 e la mancata manutenzione della strada che, se liberata prontamente dalla neve, avrebbe permesso a tutti di lasciare l’hotel Rigopiano». (s.d.l.)

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