«Nessuna tangente ma aiuti dalla famiglia»

La Corte d’Appello: l’ex sindaco non era a libro paga di Toto
PESCARA. D’Alfonso non era a «libro paga di Toto», l’ex sindaco di Pescara non ha preso tangenti e l’appello del pm Gennaro Varone non aveva le gambe per camminare né i presupposti per tornare a chiedere la condanna dell’ex sindaco Luciano D'Alfonso e degli altri imputati perché, come ha scritto la Corte d’Appello: «L’appello del pm deve avere forza argomentativa, deve introdurre nuovi elementi o dimostrare la radicale erroneità delle valutazioni del tribunale, caratteristica che non possiede. L’atto di impugnazione non riesce a scardinare gli argomenti del tribunale, non riesce a dimostrarne la radicale erroneità svolgendo considerazioni che ripropongono quelle disattese dal primo giudice e che in particolare non tengono nessun conto delle stringenti argomentazioni della difesa».
L’accusa che nel 2008 portò agli arresti domiciliari dell'attuale governatore viene demolita dai giudici della Corte d’Appello che il 30 marzo hanno confermato la sentenza di assoluzione in primo grado per D'Alfonso, il suo braccio destro Guido Dezio, gli imprenditori Toto e gli altri imputati finiti nel processo Housework, quello per tangenti in Comune: tangenti che, come aveva già sancito il tribunale di Pescara nella sentenza del febbraio 2013, D’Alfonso non ha mai preso.
«La famiglia sostiene chi è più promettente». Tutti i cardini del maxi-processo sfilano ancora una volta nelle motivazioni bis di oltre 400 pagine in cui i reati sono spazzati via, in cui le corruzioni e l’associazione per delinquere vengono picconate. Aveva ragione la difesa, quella rappresentata da Giuliano Milia, sui conti dormienti di D’Alfonso e sulla famiglia chioccia e non l’accusa che dietro i pochi prelievi di D’Alfonso aveva visto un sostegno attraverso le tangenti. «Le giustificazioni fornite dalla difesa di aver usufruito nel corso del tempo del costante sostegno dei propri genitori, dei genitori della moglie, di un’anziana zia ad avviso del pm sarebbero inverosimili», ricordano i giudici avventurandosi, poi, in un’analisi sociologica e spiegando come in Italia sia comune poter contare sulla famiglia. «La nostra realtà è caratterizzata», scrivono i giudici, «da modelli familiari che si mobilitano in favore di un congiunto e lo sostengono economicamente soprattutto nel caso in cui è il personaggio più promettente».
«Nessuna congrega del malaffare ipotizzata dal pm». Non solo, ma la Corte dice anche che «la gestione delle risorse familiari da parte di D’Alfonso è risalente nel tempo ed è accertata per un ampio periodo, quindi è improbabile che fosse stata già congegnata la congrega di malaffare ipotizzata dal pm». E’ sulla famiglia che l’ex sindaco ha potuto contare e non quindi, come sosteneva il pm, sulle tangenti versate dagli imprenditori, quelle elencate – sempre secondo l’accusa – nella lista Dezio. Erano tangenti? «No», perché dicono le motivazioni, «riferire le somme della lista Dezio a presunte corruzioni e quindi a introiti indebiti di D’Alfonso è in contrasto con il dato fattuale e logico». «Vuoto probatorio», è scritto, «assunto senza prova ma al più indizi non dotati di precisione e gravità», riporta la Corte d’Appello smontando l’accusa e le corruzioni tra cui quella che era stata un po’ considerata dal pm come simbolica: lo scambio tra D’Alfonso e gli imprenditori Carlo e Alfonso Toto, l’appalto per l’area di risulta in cambio di voli e viaggi gratis.
«D’Alfonso non era a libro paga di Toto». Ancora una volta, come si era sgolato lo stesso D’Alfonso in aula, e come aveva sancito la sentenza di primo grado assolvendo l’ex sindaco e gli imprenditori difesi da Augusto La Morgia, «l’accusa di corruzione è infondata: nulla dimostra che le elargizioni dei Toto siano in controprestazione di provvedimenti amministrativi riferibili alla volontà di D’Alfonso». Tra i due c’era un «datato rapporto amicale esistente già quando D’Alfonso non era sindaco. E i Toto», scrive la Corte, «erano soliti, nel contesto di tali rapporti e in termini sicuramente non riconducibili a illeciti scambi, elargire a D’Alfonso attenzioni anche in momenti in cui l’amministrazione assunse decisioni contrarie agli interessi dei Toto». «Se fosse vero che i Toto avevano a libro paga il sindaco», è scritto nella motivazioni, «certo avrebbero efficacemente agito per evitare provvedimenti sfavorevoli dal Comune e invece la difesa ha dimostrato come l’amministrazione aveva assunto decisioni sfavorevoli ai Toto che si pongono in contrasto logico con una combutta prezzolata per favorirli».
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