Nino Contini, avvocato del popolo

27 Gennaio 2024

Da Ferrara a Pizzoferrato, la vicenda del personaggio del romanzo di Bassani

PIZZOFERRATO. «È venuto in eccessiva dimestichezza coi cittadini che spesso si rivolgono a lui per consigli legali, per domande e reclami di vario genere. Quindi deve essere trasferito da Pizzoferrato», questo scriveva nel maggio del 1943 il prefetto di Chieti per giustificare l’allontanamento del confinante Nino Contini la cui memoria continua nel tempo in paese con la titolazione di una strada.
Apparteneva ai Finzi-Contini, Nino, a quella famiglia ferrarese ispiratrice del celebre romanzo di Giorgio Bassani. Laureato in legge, avvocato giovanissimo presso lo studio Ravenna poi in proprio, alpinista, pilota. I genitori gestiscono un emporio nella piazza della Cattedrale, mentre lo zio Ciro Contini firma il piano regolatore di Ferrara nel 1926. Questo mondo si incrina negli anni Trenta, quando Nino ed altri si impegnano ad accogliere gli ebrei tedeschi in fuga dalla Germania nazista. È radiato dall’albo, arrestato e internato prima a Urbisaglia, poi alle Tremiti, quindi a Pizzoferrato e da qui a Cantalupo nel Molise. Verso la fine della guerra, con l’avanzare delle truppe alleate, Nino e la sua famiglia riuscirono a passare le linee e, liberati, si stabilirono a Napoli; qui ci fu l’impegno sociale nel partito d’Azione, poi la malattia e la morte precoce. La sua vicenda umana è raccontata nei suoi diari che i figli Bruno e Leo, hanno curato e pubblicato nel 2012 “Nino Contini (1906-1944). Quel ragazzo in gamba di nostro padre”. «A Pizzoferrato» racconta il sindaco Palmerino Fagnilli «Nino Contini si integrò subito nel tessuto sociale. A lui, valente avvocato, si rivolgevano contadini analfabeti per un consiglio, spesso legale. Gli fu dato anche un orto da coltivare, cosa che lui faceva. A Pizzoferrato lo raggiunse la famiglia, la moglie Laura Lampronti, pianista, e i figli, Bruno e Leo. Era diventato uno del paese e questo non fu accettato. Per non far disperdere la sua memoria abbiamo voluto dedicargli una strada». Nell’Italia liberata, Nino è in stretta collaborazione con Ugo La Malfa. «Era felice», scrive il fratello che lo incontra pochi giorni prima della morte nel 1944. (m.d.n.)