No vax in chiesa, via libera all’esame dei telefonini

I sei indagati per la manifestazione davanti alla Madonna dei Sette Dolori I giudici del Riesame: «Sì ai sequestri, è necessario indagare sui contatti»
PESCARA. Mentre sale la tensione in Italia per le attività sempre più organizzate dei No Vax e dei No Green Pass – l’ultima operazione è quella della procura di Torino giunta fino a Pescara con una perquisizione –, la magistratura pescarese incamera un risultato dal tribunale del riesame in relazione alle attività poste in atto dal pm Anna Benigni che conduce l’inchiesta sulla movimentata protesta nella chiesa della Madonna dei Sette Dolori del 26 settembre scorso. C’era stato un arresto, con un procedimento che cammina autonomamente, poi la procura aveva disposto perquisizioni e sequestri nelle abitazioni dei sei indagati individuati fra quanti quella sera decisero di assistere alla messa senza mascherine, tutti accusati di concorso in resistenza a pubblico ufficiale, lesioni personali aggravate e oltraggio nei confronti delle forze dell'ordine intervenute per ripristinare la calma. Erano stati sequestrati supporti informatici e telefonini cellulari con uno scopo ben preciso, esplicitato nel provvedimento del magistrato. Capire se si sia trattato di un’azione dimostrativa «previamente concordata». Un sequestro contestato da alcuni indagati che si sono rivolti al tribunale del riesame per evitare che la procura mettesse il naso in quei supporti informatici alla ricerca di qualche collegamento fra gli indagati o magari con altri no vax anche non locali. Ma i giudici del riesame sono stati categorici nel rigettare la richiesta di annullamento del decreto di sequestro probatorio avanzata dal legale di tre dei sei indagati. «Il provvedimento di sequestro», scrivono i giudici del riesame, «appare completo anche circa l’esplicitazione delle esigenze probatorie ad esso sottese, là dove viene evidenziato che la pianificazione dell'azione potrebbe risultare in modo esplicito dai messaggi o comunque dalle comunicazioni avvenute tra le parti coinvolte a mezzo degli smartphone a loro in uso». Insomma, per il tribunale è «evidente che i beni oggetto di sequestro, sui quali ricorre dunque il collegamento con il reato, siano senz’altro da considerare cose pertinenti per l’accertamento dei fatti».
Di rilievo, per i giudici, anche l’informativa della polizia e in particolare la testimonianza di un agente che era fuori servizio in quella chiesa al momento dei fatti. «Nel decreto del pm», aggiungono i giudici, «sono state evidenziate le ragioni per le quali si è fondatamente ritenuto trattarsi di un’azione dimostrativa». Quella protesta messa in atto da un «gruppo di persone prive delle mascherine di protezione delle vie aeree in violazione delle misure vigenti sul territorio nazionale». E poi i giudici spiegano che il problema non è il «solo illecito contravvenzionale per le mascherine, risultando al contrario del tutto evidente come un’eventuale intesa tra le parti per concordare un’azione dimostrativa non poteva che ricomprendere, quantomeno in termini di ipotesi, eventuali evoluzioni di tale condotta essendo ben prevedibile un intervento di contrasto da parte del personale di pg ed azioni volte a superare il loro contrasto».
Fra i sei indagati (4 del Pescarese e due del Chietino) anche un vigile del fuoco di Chieti che, secondo la procura, avrebbe ricoperto un ruolo di primo piano. Quindi adesso il pm aspetta i risultati di questi accertamenti tecnici sui cellulari per poter procedere con l’inchiesta.

