Noi combattiamo per i diritti di tutti

8 Marzo 2019

A ridosso del quarantesimo anniversario del golpe in Argentina ebbi modo di incontrare un giovane ricercatore. Da alcuni anni faceva la spola tra l'Italia e l'Argentina per scrivere un libro sulle...

A ridosso del quarantesimo anniversario del golpe in Argentina ebbi modo di incontrare un giovane ricercatore. Da alcuni anni faceva la spola tra l'Italia e l'Argentina per scrivere un libro sulle madri di Plaza de Majo e finalmente lo presentava. Esordì citando una frase di Hebe di Bonafini, una delle esponenti del Movimento: «Noi siamo state partorite dai nostri figli. Loro sono scomparsi e siamo venute al mondo noi madri».
Erano “solo” donne, strettamente confinate alle mura domestiche e alla cura dei figli. Diverranno madri che con l’uso politico del proprio corpo e l’incessante richiesta di giustizia, superano la dicotomia tra esperienza affettiva ed esperienza storica. Anche noi siamo state partorite dai nostri lutti ad un'altra vita che non era la nostra. Ma per cercare verità e giustizia l'abbiamo attraversata. E abbiamo studiato, siamo diventate esperte di leggi, di frane, terremoti, inquinamento, di sicurezza sui luoghi di lavoro.
Parlo al femminile perché la rete nazionale “Noi non dimentichiamo” , che nasce dalle macerie delle innumerevoli tragedie italiane e che ha preso l'avvio proprio dall'Aquila il 6 aprile 2011, con il contributo del Comitato Familiari Vittime Casa dello Studente, vede soprattutto l'impegno delle donne. Donne che disegnano un'altra Italia, invisibile agli occhi e spesso alle cronache.
C'è Daniela che ha perso Emanuela, una delle vittime del disastro ferroviario di Viareggio. Combattono per l'avvenire di altri bambini le Mamme della terra dei fuochi: sversatoio illecito di milioni di tonnellate di rifiuti industriali altamente tossici. Piombo, arsenico e diossina sepolti nelle campagne. E loro? «Saremo le sentinelle del territorio. Siamo donne in lotta per la vita». Sono Marzia, Paola, Gabriella, Luisa, Imma, Antonella, Raffaella e tante altre ancora.
E le mamme della Thyssen? Rosina, Laura, Gabriella vengono chiamate così dai giorni del disastro, quando una ondata di fuoco nella notte del 6 dicembre 2007 trasformò sette operai in torce umane. Non si sono mai arrese e non si arrendono neppure ora, continuando a chiedere che la giustizia tedesca si decida ad eseguire le condanne emesse dai tribunali italiani. Perché i condannati potranno scontare la pena nel loro paese, la Germania. E sono ancora liberi.
Ma c'è anche chi non è riuscito ad avere un processo, come Gloria. L'8 novembre del 2004 Matteo, suo figlio, rimase ucciso in un incidente sul lavoro. Il suo primo lavoro, durato solo 18 giorni. E l'appello di Gloria alle istituzioni: «Dobbiamo non abituarci a tutto questo». Invece Adele un processo lo ha ancora ed è grazie alla sua tenacia. Il processo riguarda il disastro del Jolly Nero, il portacontainer che il 7 maggio del 2013 si schiantò contro la banchina del porto di Genova. E lì c’era anche suo figlio Giuseppe.
Potrei continuare all'infinito a sgranare questo rosario laico perché le donne impegnate in un percorso comune per il cambiamento di questo Paese sono tante.
L'obiettivo è quello di portare al centro dell'attenzione della politica la messa in sicurezza dei territori, dalle infrastrutture, ai trasporti e all'edilizia sia pubblica che privata, fino alla sicurezza sui posti di lavoro e al risanamento ambientale. Si parla di un nuovo decreto: il Proteggi Italia. Affidatelo alle donne.
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