«Noi commercianti di Penne in ginocchio»

14 Aprile 2021

Numerosi esercenti alla manifestazione di Pescara: «Abbiamo perduto l’80 per cento del fatturato, ora fateci lavorare»

PENNE. «Vogliamo riaprire». Bar, pizzerie e ristoranti lo hanno ribadito ieri mattina a Pescara nel corso di una manifestazione organizzata da Fipe-Confcommercio. C’erano anche gli esercenti di Penne in piazza Salotto, trasformata in un mega ristorante all'aperto: tavoli imbanditi e ben distanziati e ristoratori e baristi pronti come se dovessero servire i loro amati clienti.
Ognuno ha mostrato le proprie prelibatezze e la propria cortesia nel servire le specialità culinarie. Tutti, in una manifestazione assolutamente pacifica, hanno ribadito la voglia e la necessità di ripartire. «Si riapra in sicurezza, con regole rigide sui distanziamenti, ma si riapra», hanno detto gli esercenti di Penne, «per noi ristoranti non è possibile continuare esclusivamente sull'asporto». «Anche perché le tasse da pagare restano ogni mese», sottolinea Andrea Colamartino, titolare dell'Antico ristorante Tatobbe a Penne, «sono entrato da poco nel direttivo Fipe-Confcommercio come presidente settore Catering e banqueting. L'obiettivo è di far sentire ancor di più le esigenze dei ristoratori dell'area vestina. Abbiamo già intrapreso delle iniziative importanti: con il ricorso all'Aca e andremo avanti con il ricorso per la Tari nei Comuni dove si è applicata una riduzione di tariffa del 25%».
«Se vale il concetto che chi inquina paga, noi ristoratori dovremmo pagare pochissimo o nulla», sottolinea Gabri Armenti titolare del ristorante Gabrielino, di Picciano, locale in vita da tre generazioni di Armenti, «in un anno abbiamo effettuato spese enormi per metterci in regola, mentre le istituzioni hanno risolto il problema stabilendo la nostra chiusura. Un semplice ristoro non risolve nulla se non un mese di bollette. Noi ristoratori abbiamo lavorato solo 2 mesi e mezzo, con un calo di fatturato dell'80-90%. Ed i costi fissi sono rimasti tutti. Chiediamo al governo di riaprir e due cose fondamentali: regole certe e date certe».
«La ristorazione», sottolinea ancora Gabri Armenti, «nell’area vestina ha pagato dazio notevolmente, soprattutto i piccoli ristoranti di paese, quelli dell'area pedemontana, che hanno trovato zero possibilità di andare avanti con l'asporto. Le pizzerie con l'asporto si sono un pochino mantenute, ma la ristorazione è letteralmente crollata».
«Da novembre scorso», precisa Franco Marzola titolare del ristorante Lu strego, a Farindola, «siamo rimasti aperti pochissimi giorni, esclusivamente a pranzo. Per noi è impensabile l'asporto dato che lavoriamo soprattutto con gente che viene da fuori a visitare le nostre zone. Nel 2021 non abbiamo ricevuto nessun ristoro e siamo completamente chiusi dal 13 febbraio».
Anche Alessandra Gattini proprietaria della storica trattoria Nonno Liborio, di Villa Celiera, pur non avendo preso parte alla manifestazione che si svolta ieri a Pescara, ha voluto dire la sua sulle difficoltà del momento per gli operatori della ristorazione. «La situazione è sempre critica», sostiene, «dopo 5 mesi di chiusura, con soli circa 12 giorni di parziale riapertura, non ho diritto a nessun contributo. La differenza di fatturato tra il 2019 e 2020 non arriva (per pochi punti) al 30%. E mi pare di aver capito che non sono l'unica. La maggior parte dei ristoratori vive questa assurda e beffarda situazione. Almeno con il governo Conte qualcosa è arrivato». Questi nuovi provvedimenti», conclude, «non so se abbiano più il sapore di presa in giro o di altissima strategia».
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