«Noi genitori, condannati a vivere al posto dei figli»

18 Gennaio 2024

Marcello Martella ricorda lo strazio e la speranza dell’attesa, dopo la tragedia: «Una delle cose più pesanti, la roulette russa in ospedale con i nomi dei morti»

PESCARA. «Noi genitori che abbiamo perso un figlio non abbiamo neanche una parola che sintetizzi la condizione del nostro dolore: non siamo orfani e non siamo vedovi. Ma siamo condannati a vivere la vita dei nostri figli. È questa la cosa più dura da sopportare». Marcello Martella, di Atri, è il papà di Cecilia, l’estetista del resort che lui stesso, il sabato 14 gennaio, accompagnò al lavoro a Rigopiano, dove poi morì 4 giorni dopo. Avrebbe compiuto 25 anni ad aprile.
Signor Martella, qual è il suo sentimento oggi?
«Sono passati già sette anni, e sono tanti, ma mi sembra ieri che aspettavamo all’ospedale con gli altri familiari notizie dei ritrovamenti. Oggi sono rassegnato, Cecilia non me la ridaranno. Ma l’ho capitogià in quella settimana passata all’ospedale di Pescara in attesa di notizie, dal 19 al 26 gennaio, quando l’hanno ritrovata. I primi giorni avevo qualche speranza di riabbracciarla, poi a un certo punto è stato come si staccava la spina. Dopo la roulette russa in cui la sera dicevano dei corpi ritrovati, e se era un uomo tiravamo un sospiro di sollievo, dopo i primi giorni di quel massacro, quando hanno iniziato a dire che non si trovava più nessuno ho capito che non l’avrei rivista più».
Che ricordo ha di allora?
«Passavamo intere giornate in attesa, da mattina a sera, ma sia io che mia moglie non ricordiamo niente. Non so nemmeno come sono riuscito ogni sera a tornare a casa dagli altri due figli che mi aspettavano. Aspettavano che gli dicessi qualcosa e non potevo dirgli nulla».
Ha un rimpianto?
«E quanti ne ho. La mattina che l’ho accompagnata a Rigopiano c’era la neve, ma neanche troppa, e sono andato comunque con la Panda 4 per 4 che le avevo fatto comprare per quelle situazioni lì. Quando arrivammo c’era il ghiaccio. Ecco, se non avessi avuto la 4x4 non sarei potuto salire. Questo è uno dei tanti rimpianti, non avrei dovuto comprare quella macchina».
In questi anni qual è stato il pensiero più ricorrente?
«La cosa che mi capita sempre, tutti i giorni, è quella di pensare che sto rubando la vita di mia figlia, perché qui ora doveva esserci lei, non io. Quando vedo una scena per strada, un film, qualche avvenimento sui social, penso a lei, che non può vivere queste cose, e allora mi viene un po’ di rabbia, perché capisci che te l’hanno tolta».
Al di là dell’esito del processo, pensa che riuscirà mai a perdonare?
«Non sono il tipo che perdona, e certo spero che il prossimo 9 febbraio ci sia una sentenza che ribalti il primo grado, per dare un po’ di giustizia alle vittime. Ma quando prendi coscienza che tua figlia non torna non ti importa più di niente. Cerchiamo di pensare agli altri due figli e di andare avanti per loro».
Rigopiano è una tragedia nazionale, anche per come è maturata. Che cosa dovrebbe insegnare?
«Chi sta sopra, ai vertici, dovrebbe cercare di inserire nei posti di responsabilità persone competenti, perché la competenza fa sì che certe cose non succedano. È quello che è mancato a Rigopiano: la competenza, la serietà: la gente non sapeva cosa fare. Ma una cosa l’hanno saputa fare bene tutti: subito dopo la tragedia, si sono affrettati a pararsi le spalle, a cominciare dalla telefonata di D’Angelo in Prefettura fatta sparire».
Quando ha visto l’ultima volta Cecilia?
«Quando è scesa dalla macchina, si è girata, “ciao pà”. E non l’ho vista più».
Che cosa si aspetta dalla sentenza?
Il giorno della sentenza, il 9 febbraio, compio 61 anni. Vediamo se riceverò il regalo che aspettiamo da sette anni. Ma anche lì, puoi godere per un’ora, per una settimana di quella cosa, dopodiché? Cecilia non torna».